Cavallo Lipizzano, la prestigiosa razza equina tra i patrimoni Unesco

La prestigiosa razza equina e la tradizione del suo allevamento sono stati ammessi a far parte della lista rappresentativa delle eredità culturali immateriali dell’umanità

L’Italia ottiene un nuovo importante riconoscimento. L’Unesco, infatti, ha inserito il cavallo Lipizzano tra i patrimoni culturali immateriali dell’umanità. Un altro recente riconoscimento, invece, ha riguardato il Tocatì, il Festival dei Giochi Antichi, entrato a far parte del registro della Buone Pratiche di salvaguardia del Patrimonio culturale Immateriale Unesco.

La candidatura del cavallo Lipizzano era stata presentata il 23 marzo 2020 dal Rappresentante italiano permanente presso l’Unesco assieme agli ambasciatori di altre sette nazioni (Austria, Bosnia Erzegovina, Croazia, Ungheria, Romania, Slovacchia e Slovenia). La decisione finale è stata presa nell’ambito della 17ª sessione del Comitato del patrimonio culturale immateriale svoltasi a Rabat, in Marocco. Con questo riconoscimento salgono a 16 le iscrizioni del nostro Paese all’interno di questa importante lista.

Cavallo Lipizzano, le origini 

Quella del Cavallo Lipizzano è una storia connessa strettamente legata a quella mitteleuropea e ha assunto una valenza identitaria e simbolica che attrae chiunque vi abbia a che fare. Popolazioni e storie diverse hanno trovato nell’allevamento e nella cura dei cavalli Lipizzani un punto di incontro e di comunanza. A partire dalla creazione della razza, avvenuta nel 1580 a Lipica (nell’odierna Slovenia). Da qui il cavallo Lipizzano si è poi diffuso nei vari Paesi appartenenti all’impero Austro-Ungarico. Oggi, questa razza, caratterizzata da un manto color grigio perlaceo, è considerata autoctona del Lazio e pertanto rappresenta appieno un patrimonio del nostro Paese. Gli allevamenti principali si trovano nei comuni di Montelibretti e di Monterotondo, a nordest di Roma nella Valle del Tevere.

cavallo lipizzano
Un esemplare di cavallo Lipizzano (foto da Uff. stampa Crea)

La storia del cavallo Lipizzano

Nel 1580 il Granduca Carlo II d’Asburgo, figlio del Re d’Austria e di Spagna Ferdinando I, decise di sviluppare un allevamento di cavalli per gli usi della corte. A tal fine individuò la tenuta di Lipizza, che oggi si trova in Slovenia in prossimità del confine italiano, prendendo in affitto i terreni dal Vescovo di Trieste. Progressivamente l’equile si strutturò sempre meglio (il primo statuto ufficiale risale al 1658) e i cavalli di Lipizza iniziarono a separarsi dall’originale razza spagnola. Il processo divenne ancora più intenso quando, con la morte di Carlo II il 1° novembre 1700, si estinse la dinastia degli Asburgo di Spagna. I caratteri della razza lipizzana come la conosciamo oggi (con il tipico mantello di peli bianchi su cute nera) si imposero, poi, nella seconda metà del ‘700. 

L’anno dopo la fine del primo conflitto mondiale, il 17 luglio 1919, l’Austria consegnò al Regno d’Italia la copia viennese dei Libri genealogici e 109 cavalli Lipizzani nell’ambito dei risarcimenti di guerra che gli sconfitti dovettero pagare. Dopo l’8 settembre del 1943, quando la Germania invase il litorale adriatico italiano, i tedeschi trasferirono tutti i cavalli da Lipizza a Hostau, a poca distanza da Praga, e solo la metà di essi tornò in Italia il 18 novembre del 1947, in seguito al recupero rocambolesco ad opera del generale americano Patton.

I lipizzani furono portati prima a Pinerolo (TO) e poi a Montelibretti (RM), nell’allora Centro di rifornimento quadrupedi del Lazio. Cessati gli usi militari del cavallo, il 15 febbraio 1955 il nucleo dei cavalli Lipizzani passò al Ministero dell’Agricoltura, che lo affidò al proprio Istituto di ricerca in zootecnia, l’attuale CREA (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria), che custodisce e cura ancora oggi l’allevamento di questa prestigiosa razza equina di origine imperiale.

I riconoscimenti ufficiali

Il primo Decreto di riconoscimento ministeriale del Libro genealogico del Cavallo di razza Lipizzana risale al 31 gennaio 1984, successivamente novellato nel 1996, nel 2004 e nel 2021. Nel 2020, l’iscrizione al “Registro Nazionale dei Paesaggi Rurali, delle Pratiche Agricole e delle Conoscenze tradizionali” ha consentito all’Italia di chiedere, assieme ad altri sette Paesi europei coordinati dalla Slovenia, l’ingresso delle “Tradizioni dell’allevamento statale del cavallo Lipizzano” nella lista rappresentativa del patrimonio dell’umanità dell’Unesco.

Già nel 2015, il Crea iniziò a discutere con gli allevamenti statali degli altri Paesi interessati l’ipotesi di presentare una domanda di riconoscimento come eredità culturale immateriale all’Organizzazione ONU, che oggi è finalmente divenuta realtà.

Come afferma il presidente Carlo Gaudio «Il Crea ha fortemente appoggiato questa candidatura, dal momento che, nel nostro centro di Zootecnia e Acquacoltura di Montelibretti (RM), gestiamo l’Allevamento Statale del Cavallo Lipizzano (ASCAL) garantendo il mantenimento, l’addestramento degli esemplari e la promozione della razza».

Un patrimonio italiano

A congratularsi per il prestigioso riconoscimento c’è anche la Coldiretti che ricorda come, attualmente, sono 403 i cavalli lipizzani iscritti in Italia al Libro genealogico tenuto da Anareai, aderente a FedAna. «L’allevamento del cavallo Lipizzano – spiega la Coldiretti – rappresenta un complesso patrimonio di conoscenze e pratiche tramandatesi nel corso dei secoli nelle aree politicamente e geograficamente assoggettate all’influenza asburgica. La razza Lipizzana è il primo esempio documentato di razza costituita a partire da incroci pianificati tra soggetti di diversa provenienza (Spagna, Italia, Danimarca, Impero Austriaco, Penisola Arabica) selezionati nelle generazioni successive per le caratteristiche desiderate per l’uso della casa regnante: eleganza del passo, resistenza allo sforzo prolungato, temperamento vivace ma stabile». 

Tuttavia, ricorda l’associazione, nonostante le sue origini, la razza del cavallo Lipizzano ormai «è considerata autoctona del Lazio avendo superato tutti i requisiti di permanenza fissati dalla FAO per la conservazione della biodiversità animale».

 

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Articolo aggiornato in data 3 Dicembre 2022
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