Parlando di autismo e tecnologia, la prima volta che ho visto Salvo davvero “sconvolto” non è stato davanti allo schermo: era al parco, seduto su una panchina, con gli occhi fissi su una foglia che cadeva lenta. Era come se stesse osservando un mondo intero in quel singolo movimento. Mentre io ero intenta a capire quale app potesse aiutarlo a “comprendere meglio le stagioni”, lui mi stava insegnando che la lentezza è una competenza preziosa, non un ostacolo.
Salvo non è un bambino qualunque: è mio figlio, e ogni giorno mi ricorda che l’autismo non è un problema da risolvere, ma una lente unica attraverso cui guardare la vita. E se c’è una cosa che ho imparato negli anni — tra una videochiamata, una chat di gruppo, un un’app educativa provata e riprovata — è che il digitale può essere uno strumento formidabile, ma può anche diventare un muro invisibile se dimentichiamo ciò che conta davvero.
Autismo e tecnologia: oltre lo schermo c’è un mondo da scoprire
Una delle scoperte più sorprendenti è avvenuta in una mattina apparentemente ordinaria. Dopo giorni di pianto improvviso, difficoltà a concentrarsi e rifiuto di qualsiasi dispositivo elettronico, ho deciso di cancellare ogni programma digitale per un giorno intero. Niente tablet, niente video, niente musica dal cellulare. Ci siamo seduti con un foglio bianco e alcune immagini ritagliate di frutta, animali, tramonti. L’ho chiamata “l’agenda visiva del giorno”.
Quello che è successo non me lo sarei aspettato: Salvo ha iniziato a costruire la sua storia, incollando immagini, raccontando a voce quello che accadeva nella sua testa, con una chiarezza che spesso non emerge nemmeno in app educative costose. Non era un gioco imposto: era creare senso, insieme.
Il contatto umano non ha effetti speciali ma è imbattibile
Viviamo in una società che racconta storie di successo digitale ovunque: app miracolose, video che “supportano l’apprendimento”, strumenti che “potenziano abilità sociali”. Molte di queste cose sono vere, ma ciò che ho imparato sulla mia pelle è che nessuna tecnologia può sostituire il contatto umano autentico.
Quando Salvo era piccolo, una delle poche applicazioni che abbiamo usato costantemente non era digitale: era un album di fotografie. Ogni immagine era una porta per raccontare un’esperienza vera — il gelato della prima estate, il cane di famiglia che scodinzola, il nonno che suona la chitarra. Quelle immagini non avevano effetti speciali. Avevano però memoria, relazione, emozione. E se mi guardo indietro, spesso sono proprio quei momenti a essere rimasti impressi nella sua mente — più di mille video guardati.
Autismo e tecnologia: la noia come spazio creativo
Una delle regole che oggi seguiamo, e che condivido con altre famiglie, è questa: accendere un dispositivo deve essere una scelta, non un rifugio. E spesso è proprio lo schermo a nascondere ciò che abbiamo paura di guardare: la noia, l’attesa, l’incertezza. Queste dimensioni, che molti considerano “vuoto”, sono invece spazi in cui nascono creatività, autonomia e riflessione.
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Una volta, una nostra amica ci ha portato a un laboratorio sensoriale all’aperto dove non c’era nulla di tecnologico: solo terra, acqua, movimento. Alla fine della giornata, Salvo ha detto una frase che non dimenticherò: “Quel tappeto di foglie era come uno schermo gigante, ma senza luci troppo forti.” Forse voleva dire che la realtà, a volte, è più coinvolgente di qualsiasi animazione.
Strategie pratiche per un uso consapevole del digitale
Nel nostro percorso ho raccolto alcune strategie che — con o senza tecnologia — possono aiutare:
- routine visuali personalizzate, fatte in casa con immagini reali, non solo app, per dare prevedibilità e sicurezza;
- tempi di transizione spiegati insieme, non “spegnere e basta”, ma preannunciare con parole semplici cosa succederà dopo;
- condivisione emotiva prima di tutto, chiedere “come ti senti?” prima di proporre qualsiasi attività digitale o analogica;
- esperienze multisensoriali reali, come camminate, giochi con materiali concreti, esplorazioni che stimolano corpo e mente;
- coinvolgimento creativo, costruendo storie, collage, racconti vocali, piccoli progetti manuali che esprimano ciò che la tecnologia da sola non può dire.
Se c’è una lezione che porto nel cuore ogni sera, è questa: la tecnologia può essere una cassetta degli attrezzi, ma non può diventare la casa in cui si vive. Per mio figlio, come per molti altri bambini, il mondo reale — lento, imprevedibile, pieno di texture, voci e legami — è ciò che costruisce senso.
E forse, alla fine, ciò che più ci serve non è più tecnologia, ma presenza, ascolto e spazio per esistere fuori dalla fretta digitale.
Articolo a cura di Maria Luisa Paola Basile, Segretario Associazione Iostaccolaspina Aps
