lunedì 24 Giugno 2024

Vulvodinia, una patologia ignorata dal sistema sanitario nazionale

Ne soffre 1 donna su 7, tuttavia medici e SSN l’hanno finora ignorata. Si può guarire ed è allo studio la prima terapia specifica

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Un dolore bruciante o come punture di spilli, intermittente oppure continuo, in una delle parti più intime del corpo femminile, la vulva. Quando dura da almeno 3 fino a 6 mesi e non è riconducibile a lesioni, infezioni o altre specifiche patologie, probabilmente siamo in presenza di vulvodinia. Un calvario che affligge fino al 18 per cento delle donne, arrivando a impedire i rapporti sessuali, a ostacolare studio, lavoro, socialità e la possibilità di condurre una vita normale. 

Non riconosciuta dal Servizio Sanitario Nazionale e spesso ignorata dai medici che tendono a liquidarla come disturbo psicosomatico, mentre ha solide basi biologiche, viene diagnosticata in media con 5 anni di ritardo. E dopo la diagnosi molte donne rinunciano alle cure, non potendole sostenere di tasca propria o perché pochi specialisti si occupano del problema.

Di questo argomento si è discusso nel corso di una conferenza stampa presso la Camera dei Deputati dal titolo “Vulvodinia: guarire si può?”. Presenti, tra gli altri, la professoressa Alessandra Graziottin, direttore del centro di Ginecologia e Sessuologia medica all’Ospedale San Raffaele Resnati di Milano, e il professor Filippo Murina, direttore scientifico dell’Associazione italiana Vulvodinia Onlus e responsabile del servizio di Patologia del tratto genitale inferiore presso Ospedale Buzzi dell’Università degli studi di Milano. 

Vulvodinia, qual è l’incidenza

Si tratta di una patologia poco conosciuta, ma che interessa più donne di quanto si pensi. La vulvodinia, ci spiega il professor Filippo Murina, «è una patologia altamente frequente: fino al 15 per cento delle donne ne sono affette. È semplicissimo diagnosticarla purché se ne riconosca l’esistenza. Bisogna sapere che quando la donna ha bruciore, dolore, difficoltà nei rapporti sessuali che dura da almeno qualche mese può avere questa problematica».

«Parliamo – aggiunge la professoressa Graziottin – di dolore vulvare indicando il dolore che colpisce i genitali esterni femminili di cui la vestibulodinia, che è il dolore all’entrata vaginale, che colpisce 1 donna su 7. Quindi già parliamo di un impatto sul numero di donne che ne sono colpite, di famiglie e di coppie estremamente rilevante. Poi il dolore vulvare può nascere da tanti fattori». 

Attenzione al dolore

Si tratta, in ogni caso, di un dolore invalidante come sottolinea Alessandra Graziottin. Questo «perché il dolore è il più esigente divoratore di energia vitale e vale per tutti noi, a tutte le età. Dal bambino, all’adolescente, all’anziano, uomo o donna che sia. Quando abbiamo un dolore, abbiamo sperimentato dal mal di testa al mal di schiena, al dolore da frattura sappiamo che tutta la nostra energia vitale è polarizzata da quel dolore. Ecco che allora non dobbiamo più permetterci di dire che è inventato, che è in testa, ma dare al dolore quella dignità di sirena d’allarme che urge e richiede la nostra attenzione diagnostica e terapeutica col massimo rispetto e la massima empatia». 

«La diagnosi – ricorda il professor Murina – è altamente semplice, basta una visita ben condotta. La terapia oggi è molto efficace purché venga ben condotta. Stiamo conducendo degli studi molto importanti riguardo le cause di questa malattia, soprattutto della variante più frequente che è il dolore all’ingresso della vagina. Abbiamo recentemente scoperto come possiamo portare lì dei trattamenti attraverso delle tecniche non invasive».

vulvodinia, conferenza stampa
Un momento della conferenza stampa “Vulvodinia: guarire si può?”

Prevenzione e tempi di guarigione

Il professore Murina, inoltre, ci spiega a cosa fare attenzione per prevenire la patologia. «Abbiamo degli indicatori che ci dicono quali donne, eventualmente, possono essere predisposte. Sono degli indicatori genetici, degli indicatori familiari, degli indicatori legati ad alcuni stili di vita e possiamo individuare precorrente quei sintomi che possono eventualmente evolvere in malattia ma che se ben controllati all’origine ci consentono di bloccare tutta la cascata di eventi che porteranno al problema: infezioni ripetute piuttosto che utilizzo di alcuni prodotti inadeguati».

Infine, la professoressa Graziottin ricorda come, nel campo della cura, «stiamo facendo un grande lavoro di formazione, possibilmente nel pubblico in modo tale che ci sia la possibilità, indipendentemente dal livello economico di poter accedere a cure qualificate. I tempi di cura dipendono innanzitutto da quanto in ritardo siamo arrivati. Perché se la paziente ha dolore da sei mesi, possiamo dire che in un paio di mesi si può già “svoltare” e stare decisamente meglio. Ma se il dolore è lì da 5 anni ed è diventato malattia in sé, ecco che la terapia impiega tempi lunghi. L’altra grande variabile – conclude – è quali altre patologie si sono associate».

Articolo aggiornato in data 16 Gennaio 2024
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