Web Hosting

Guida pratica al primo soccorso, Giudici: «Il tempo fa la differenza»

In questa intervista Riccardo Giudici, delegato tecnico area salute della Croce Rossa italiana, spiega quali sono i diversi tipi di defibrillatore esistenti, chi può utilizzarli e in che modo. Inoltre ricorda un concetto fondamentale: «in caso di arresto cardiaco, il tempo d'intervento fa la differenza tra la vita e la morte»

Guida pratica al primo soccorso, il dottor Riccardo Giudici spiega cosa fare in caso di emergenza
Il dottor Riccardo Giudici, delegato tecnico area salute della Croce Rossa Italiana

La tempestività dei soccorsi durante un arresto cardiaco può fare la differenza tra la vita e la morte. Uno degli strumenti che può aiutare i soccorritori è il defibrillatore. Tuttavia, non sempre l’utilizzo di questo dispositivo è necessario. È importante quindi conoscere quando utilizzarlo e il suo funzionamento. In questa guida pratica al primo soccorso il dottor Riccardo Giudici, delegato tecnico area salute della Croce Rossa Italiana, ci spiega quello che c’è da sapere su questi apparecchi.

Web Hosting
Web Hosting

A cominciare dai vari tipi esistenti. «In termini generali possiamo dividere i defibrillatori in due grosse categorie: manuali e automatici o semiautomatici. I primi sono quelli ad uso medico-sanitario o, in maniera più semplice, quelli dove il soggetto che li utilizza è in grado di effettuare la diagnosi. Cioè per utilizzare un defibrillatore manuale è necessario che chi lo utilizza sia in grado di riconoscere il ritmo cardiaco della vittima di arresto e decidere autonomamente se questo sia passibile di trattamento con la defibrillazione oppure no».

guida pratica al primo soccorso, un medico usa un defibrillatore
Un medico mentre utilizza un defibrillatore manuale

Come ad esempio un medico.

«Sì, questo può essere fatto da un medico, o in alcune situazioni da un infermiere.  Però questo tipo di defibrillatore non può essere utilizzato dal personale laico, cioè non operatore sanitario, perché prevede l’obbligatorietà della diagnosi che è una condizione che può essere svolta solo da un medico». 

Cosa cambia nel caso degli altri tipi di defibrillatore?

«Oltre ai modelli manuali ci sono i defibrillatori automatici e semiautomatici. La differenza sostanziale tra i due è che un defibrillatore automatico una volta acceso e connesse correttamente le piastre fa tutto in autonomia. Effettua l’analisi del ritmo cardiaco della vittima, decide autonomamente se defibrillarlo e, qualora lo ritenga necessario, effettua la scarica. Il defibrillatore semiautomatico, invece, che è quello più conosciuto e utilizzato in Italia, è un modello che, una volta posizionate correttamente le piastre, effettua in maniera autonoma l’analisi, ma richiede l’interazione della persona per erogare la defibrillazione. Poi esiste anche un’ulteriore differenza…». 

Di che tipo?

«Volendo entrare più nel dettaglio, i defibrillatori semiautomatici si differenziano in modelli a due o tre tasti. La grossa differenza è che nel semiautomatico a tre tasti, il primo è per l’accensione, il secondo è per effettuare l’analisi e il terzo tasto è per effettuare l’erogazione della scarica. Questi defibrillatori non sono più complessi da utilizzare, però richiedendo un’interazione maggiore sono meno utilizzati. I più diffusi sono perlopiù i defibrillatori a due tasti. Dopo l’accensione iniziano autonomamente l’analisi nel momento in cui il soggetto attacca le piastre. L’interazione col secondo tasto è richiesta solo per erogare la defibrillazione».

Quali sono le condizioni da rispettare per l’utilizzo di un defibrillatore semiautomatico (Dae)?

«Il funzionamento di questi defibrillatori richiede che vi sia una persona vittima di un malore che preveda in sé una perdita di coscienza. Immaginiamo un locale dove c’è un defibrillatore semiautomatico installato e una persona che si senta male. Se è cosciente, indipendentemente da quello che ha, non servirà l’utilizzo del defibrillatore semiautomatico. Se invece la persona è incosciente allora esiste una sequenza di azioni che un soccorritore occasionale dovrebbe mettere in atto per verificare se la persona è realmente incosciente e se respira o no. Nel caso in cui la persona sia incosciente e non respiri si inquadra la condizione di arresto cardiaco ed è necessario combinare due cose. La rianimazione, cioè il massaggio cardiaco esterno, e l’uso del defibrillatore semiautomatico. In questa condizione il soccorritore laico dovrebbe prendere il defibrillatore, accenderlo, attaccare le piastre sul petto libero della persona e poi seguire le istruzioni del Dae fin quando l’apparecchio non deciderà se è necessario o meno erogare la scarica elettrica. In quel caso chiederà al soggetto di farlo». 

Chiunque può utilizzarlo?

«Sì, utilizzare i defibrillatori semiautomatici è estremamente semplice. Hanno un software vocale che guida l’operatore a effettuare le azioni necessarie e normalmente hanno delle immagini direttamente inserite sulle piastre che consentono il corretto posizionamento. Per cui, teoricamente, chiunque potrebbe utilizzare un defibrillatore semiautomatico. In termini pratici, ogni Regione demanda la possibilità dell’uso di un defibrillatore semiautomatico esterno sul proprio territorio a una serie di norme definite dall’accordo Stato-Regioni. Lo Stato in particolare col decreto Balduzzi, che definisce una serie di situazioni in cui il defibrillatore semiautomatico esterno deve essere presente, definisce la possibilità per gli operatori laici, quindi non sanitari, di utilizzare i defibrillatori e poi demanda alle Regioni le modalità di formazione per l’utilizzo dell’apparecchio». 

È necessario un corso?

«Se in termini generali chiunque può utilizzare un defibrillatore, in termini specifici le Regioni dispongono, in alcuni casi, l’obbligatorietà di effettuare un corso di formazione della durata di 4 o 5 ore. Il senso di questo corso non è tanto quello di abilitare o dare un patentino per l’utilizzo del defibrillatore, ma ha il senso di formare le persone alla corretta sequenza di azioni che servono per garantire la sopravvivenza della vittima di arresto cardiaco. Perché non è tanto l’attestato che autorizza a utilizzare lo strumento, quanto il fatto che il soccorso e l’efficacia nelle manovre di rianimazione sono associati a due condizioni. Si tratta della rapidità di esecuzione e della corretta sequenza delle azioni. L’uso del defibrillatore non garantisce necessariamente la sopravvivenza della vittima di arresto cardiaco. Questo perché il defibrillatore potrebbe essere utilizzato correttamente, ma decidere che lo shock in quel dato soggetto non è indicato.

È necessario, quindi, che le persone che si approcciano all’uso del defibrillatore sappiano che la combinazione corretta è quella di effettuare una corretta valutazione dell’arresto cardiaco, iniziare precocemente il massaggio cardiaco esterno e utilizzare quanto prima il Dae. È l’insieme di queste tre cose, associate all’attivazione dei soccorsi, che garantisce la sopravvivenza della vittima di arresto cardiaco, non il defibrillatore da solo». 

In presenza di un’emergenza si può utilizzare il Dae pur non avendo seguito il corso di formazione?

«La scelta corretta in questi casi è quella di contattare il sistema di emergenza, chiamando il 112 o il 118 a seconda della Regione nella quale ci si trova, informare l’operatore della presenza di una vittima di arresto cardiaco e di un defibrillatore semiautomatico e farsi guidare nell’utilizzo. L’operatore che utilizza il defibrillatore semiautomatico non viene sgravato dall’onere della diagnosi. Cioè quello che fa il Dae è rimuovere dal soggetto che lo utilizza l’onere di effettuare la diagnosi,  condizione per la quale è indispensabile possedere un titolo di medico, infermiere ecc… i soggetti sanitari preposti a questo compito. Una volta che il defibrillatore ha effettuato la diagnosi da solo, quindi senza l’interazione del soggetto e decide se è necessaria o meno la defibrillazione, la responsabilità dell’operatore è quella di erogare la scarica in sicurezza. Questo è il substrato che rende possibile alle persone comuni di utilizzare un Dae. Per cui se si viene correttamente guidati sulla procedura da effettuare, il soggetto che si trova davanti a una vittima di arresto cardiaco non deve essere intimorito da non avere l’attestato dell’effettuazione del corso».

Guida pratica di pronto soccorso, defibrillatore
Un defibrillatore installato all’esterno di un negozio

In caso di impiego, chi utilizza il defibrillatore incorre in qualche responsabilità sull’esito dell’intervento?

«La responsabilità del soggetto è quella di effettuare la scarica in sicurezza. L’importante è che il soggetto sappia che non ha una responsabilità all’interno della corretta riuscita delle manovre di rianimazione. Se la vittima di arresto cardiaco sopravvive o meno, non è una responsabilità di chi utilizza il defibrillatore. La differenza tra una persona in arresto cardiaco e una persona morta è solo il passaggio del tempo. La legge dice che come soccorritori occasionali abbiamo l’obbligo di attivare i soccorsi. Nel momento in cui viene allertato il 112 o il 118 questa responsabilità è assolta. Il defibrillatore esonera dall’onere della diagnosi perché è l’apparecchio stesso a decidere se erogare la scarica. La responsabilità che rimane al soggetto utilizzatore è quella di effettuarla in sicurezza, ovvero di evitare che altre persone possano subire un danno dall’uso del defibrillatore. Cioè bisogna solo evitare che altre persone tocchino la vittima nel momento in cui viene effettuata l’erogazione dello shock».

Quali sono i luoghi in cui è obbligatorio avere un defibrillatore semiautomatico esterno (Dae)?

«Sono gli impianti sportivi, le strutture all’interno delle quali si svolga attività sportiva di allenamento o attività sportiva vera e propria. Quindi durante l’evento agonistico e gli allenamenti. Sia in campo professionistico che amatoriale. Per essere precisi, la legge non prevede l’obbligatorietà per l’impianto sportivo di possedere il defibrillatore. Richiede che durante le attività sportive sia presente il defibrillatore e il personale formato. La soluzione molto più semplice è che l’impianto si doti di un defibrillatore e delle persone preposte a utilizzarlo, però se avesse l’apparecchio e chi lo utilizza solo durante le attività è valido lo stesso. Non c’è un obbligo di possederlo, ma che sia presente in quel momento. 

Poi, è consigliata la presenza dei defibrillatori semiautomatici all’interno dei luoghi pubblici ad alto passaggio di persone come la stazione ferroviaria, l’aeroporto, il cinema o il teatro».

Anche le aziende private possono dotarsene?

«Chiunque può farlo. È possibile anche per il privato cittadino dotarsi di un defibrillatore da tenere in casa propria. Questo sia che ci sia la presenza di persone cardiopatiche nell’area abitativa, ma anche se non ve ne sono».

In questo periodo, a causa della pandemia, molte persone non vogliono recarsi negli ospedali anche in caso di emergenza, per paura di contagiarsi. Dotarsi di un defibrillatore, può essere utile in alcuni casi? 

«Indipendentemente dalla situazione pandemica, dotarsi di un defibrillatore all’interno dei condomini o nei contesti in cui vi sono più nuclei familiari è sempre consigliabile. Invece rifacendoci all’assetto della condizione all’interno della quale i soggetti preoccupati dell’emergenza pandemica tendano a non andare in ospedale, incrementando in questo modo la possibilità che la patologia cardiaca evolva o si svolga a casa, c’è da dire che il defibrillatore semiautomatico a uso esterno è la soluzione potenziale per una parte degli eventi di arresto cardiaco, ma non è la soluzione per la patologia infartuate. Quella deve essere trattata in altro modo. Il defibrillatore è solo uno strumento che in ultima condizione, può garantire la risoluzione dell’evento arresto cardiaco, ma non la risoluzione dell’infarto».

In caso di urgenza, quindi, avere un Dae permette di risolvere in prima istanza il problema per poi attendere un medico.

«Assolutamente sì. Ormai le persone vittime di arresto cardiaco improvviso nell’area extra-ospedaliera ogni anno sono circa 60mila. Per cui, indipendentemente dalla situazione pandemica, l’aumentare del numero dei defibrillatori esterni disponibili al pubblico è la soluzione del problema. È chiaro che i luoghi di elevato passaggio sono quelli dove ha più senso averli, ma più defibrillatori ci sono più è possibile che avvenga l’incontro tra la vittima e il defibrillatore. Banalmente, anche avere i defibrillatori sulle auto delle forze dell’ordine piuttosto che sui mezzi pubblici o su una serie di altri luoghi è la chiave vincente. Non dobbiamo pensare alla persona formata e al defibrillatore con lui, ma dobbiamo avere il maggior numero di defibrillatori disponibili e il maggior numero di persone in grado di utilizzarli. Quello che serve è farli incontrare».

Ad esempio,  delle colonnine di emergenza nelle piazze. 

Assolutamente, anche perché è necessario che le persone che sono in grado di utilizzare questi apparecchi siano anche a conoscenza della loro posizione. Per quanto di più difficile gestione, un defibrillatore che sta dentro un negozio di abbigliamento è comunque un apparecchio che possiamo utilizzare, ma potremmo non sapere che c’è. Mentre la colonnina del defibrillatore è estremamente visibile. Dovrebbe essere comune non solo avere il defibrillatore, ma anche esporre la cartellonistica universale all’esterno dell’esercizio in modo che chi passa sappia della presenza. 

Ci sono altri modi per sapere queste informazioni?

«Ci sono molti sistemi che si stanno sviluppando in varie parti d’Italia e che utilizzano delle app che consentono di individuare la posizione del defibrillatore per agevolare il soccorritore occasionale. Al momento, però, si tratta di situazioni lasciate alla volontà del singolo soggetto e non inserite all’interno di percorsi obbligatoriamente definiti». 

Può farci qualche esempio?

«Ad esempio, in buona parte delle regioni del nord Italia. La regione Lombardia ha una mappatura dei defibrillatori che è pubblicata sul sito di Areu e ha un’app che aiuta la chiamata. All’interno dell’app non è possibile vedere direttamente il defibrillatore, ma si può avere l’informazione della presenza dell’apparecchio dall’operatore che risponde. La Svizzera, invece, ha un progetto di first responder molto ben funzionante. Un canale di attivazione, nel momento in cui c’è un’emergenza, consente alla vittima di arresto cardiaco di ricevere aiuto dal soccorritore occasionale. Attivato il sistema di emergenza, questo cerca di geolocalizzare i telefoni degli operatori formati che si trovano nell’area dove la vittima ha avuto l’arresto cardiaco. Li informa della presenza dell’emergenza e di dove si trovano i defibrillatori. Questo, però, non è ancora un sistema presente nel nostro Stato in maniera funzionante».

Sarebbe però auspicabile andare in questa direzione.

«Certamente. Perché l’obiettivo non è sperare che le persone abbiano un arresto cardiaco davanti ai defibrillatori, ma fare in modo che tutti i soggetti (vittime di arresto cardiaco, defibrillatori, personale formato e non, ndr) si incontrino nel più breve tempo possibile».

Rispondi