Patata di Starleggia, il “ritorno” sulle montagne lombarde

Fa parte del progetto Resilient, promosso dall'Università di Pavia in collaborazione col CREA e altri enti allo scopo di valorizzare e tutelare la biodiversità locale

Un gioiello dell’orticoltura che rischiava di essere irrimediabilmente perso viene restituito alla sua filiera originaria. Si tratta della patata di Starleggia che, grazie a un progetto per tutelare la biodiversità è stata reintrodotta nel suo territorio d’origine: le montagne lombarde. 

Si tratta del progetto Resilient “Buone pratiche per la salvaguardia e la coltivazione di varietà locali lombarde tradizionali di patata e mais in aree interne”. Nato da una collaborazione tra l’Università di Pavia, capofila del progetto, il CREA – Cerealicoltura e Colture Industriali, sede di Bologna, l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e la Comunità Montana della Valchiavenna. Scopo del progetto è valorizzare e tutelare la biodiversità locale.

Patata di Starleggia, gli obiettivi del progetto Resilient

Recuperare e risanare cultivar antiche di patata e fornire agli agricoltori che operano in aree interne di montagna e in aree protette naturali, le informazioni e gli strumenti conoscitivi sulle buone pratiche di ri-coltivazione. Queste, in sintesi, le finalità del progetto.

Il contributo del CREA è consistito soprattutto nel processo di recupero delle varietà, tra cui la patata di Starleggia, che ha reso possibile aumentare le rese dei prodotti. «La riscoperta delle cultivar tradizionali lombarde – afferma Daniela Pacifico, WP Leader del progetto per il CREA – non solo consente la valorizzazione di aree di montagna sempre più spesso vittime dello spopolamento, ma fornisce prodotti agricoli a forte valenza territoriale e caratterizzati da un’alta qualità organolettica e nutrizionale».

progetto Resilient, logo
Il logo del progetto Resilient che ha permesso il recupero nei luoghi d’origine della patata di Starleggia

Il passaggio più difficile in questa attività è stato il risanamento. Ovvero, l’ottenimento di tuberi che fossero privi delle fitovirosi accumulatesi in decenni di moltiplicazioni, operate in loco dagli agricoltori del luogo. Infatti, nella coltivazione della patata è importante usare semi di adeguata qualità fitosanitaria, ma i pataticoltori spesso sottovalutano l’importanza di usare tubero-seme certificato. Pertanto, una delle finalità del progetto è stata proprio quella di aumentare la consapevolezza che l’utilizzo di tubero-seme sano, ad esempio a bassissima infezione virale, significa maggiore resa ad ettaro e quindi maggiore guadagno per l’azienda agricola.

Prospettive Future 

Questo è un progetto pilota che avrà un’immediata ricaduta economica sul territorio. Inoltre, Resilient permetterà il ripristino di luoghi ormai abbandonati, da destinare alla coltivazione di ecotipi quasi “estinti”. Insomma, quello della patata di Starleggia non sarà l’unico recupero, bensì il primo di una lunga serie. 

Inoltre, la definizione di protocolli di risanamento e di verifica della possibile propagazione in loco di tuberi sani, definisce un processo applicabile in futuro ad altri ecotipi italiani che potrebbero essere reintrodotti e avviati alla produzione, valorizzando così la loro tipicità geografica.

 

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