Sostenibilità, economia circolare e transizione ecologica sono termini che assumono sempre più importanza. Soprattutto a livello aziendale, con tante imprese che sempre più stanno adottando soluzioni green. Tuttavia, allo stesso tempo, c’è anche chi pur presentando la propria immagine come sostenibile e attenta all’ambiente, in realtà non lo è affatto. Questo fenomeno, conosciuto come greenwashing, è analizzato nel libro di Marco Letizi “Greenwashing – Strategie di contrasto e casi italiani e internazionali”, pubblicato da Egea editore.
Il volume è stato presentato nel corso di una conferenza stampa alla Camera dei Deputati. Insieme all’autore hanno partecipato Patty L’Abbate, vicepresidente della commissione Ambiente della Camera, Valerio Rossi Albertini, ricercatore del Cnr e divulgatore scientifico, Francesco Perrini, docente di economia all’Università Bocconi, Riccardo Cesari, commissario IVASS e Maria Siclari, dg Ispra.
Indice
Greenwashing, un fenomeno da contrastare
Lo sviluppo di una sana economia circolare è molto spesso ostacolato dal greenwashing. Proprio per questo il fenomeno va studiato e affrontato. Accompagnare le imprese italiane e i consumatori nel viraggio verso un nuovo modello economico ecologico è necessario non solo per la loro competitività nel mercato internazionale, ma anche per il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 come da strategia PNRR e Green New Deal.
Oggi, ricorda l’On. L’Abbate, «ci sono aziende italiane che chiedono che sia applicata una regola chiara sul greenwashing, perché ci sono molte imprese che stanno andando nella giusta direzione. Per questo motivo, all’inizio di questa legislatura, abbiamo presentato come Movimento 5 Stelle, con la mia prima firma, due proposte di legge sul greenwashing. Perché è qualcosa che ci viene chiesto dagli imprenditori italiani, perciò oltre a tutelare le imprese che realmente fanno transizione ecologica questo dovrebbe tutelare anche i consumatori. Le pubblicità ingannevoli creano problemi al consumatore che vuole acquistare dei prodotti sostenibili e magari viene tratto d’inganno da alcune dichiarazioni che non sono molto corrette. Allo stesso tempo l’impresa che invece è stata corretta e che ha sul mercato dei prodotti sostenibili, dal punto di vista della concorrenza viene un po’ ostacolata da chi sta dicendo delle cose non corrette».
Inoltre, aggiunge, un «altro punto è quello della finanza sostenibile: sappiamo che parliamo di finanza sostenibile, di tassonomia a livello europeo. Anche lì il greenwashing è una cosa seria, perché gli investitori devono investire in imprese che realmente sono green e non che la raccontano solo in questo modo».

Il contenuto dell’opera
Il libro di Marco Letizi affronta il fenomeno del greenwashing a tutto tondo, dalle origini alle più recenti forme di green marketing ingannevole, esaminando i principali casi di greenwashing in Europa e a livello internazionale. «Il testo – spiega l’autore – tenta di rispondere a una serie di domande che credo molti cittadini, non solo gli addetti ai lavori, si sono posti. Cioè come contrastare efficacemente il greenwashing. Innanzitutto serve un legal frame efficace. Quindi le imprese devono assolutamente conformarsi a una serie di provvedimenti normativi ed unitari nazionali».

A questo, aggiunge Letizi, bisogna unire «un sistema di accertamento e sanzionatorio altrettanto efficace. Per cui gli addetti ai lavori, gli organismi deputati al controllo, devono avere quelle expertise necessarie per poter riconoscere i casi di greenwashing. E in questo è importante applicare una serie di metodologie come ad esempio il Life Cycle Assestment, una metodologia basata sulla scienza che ti consente di calcolare l’impatto ambientale su tutti i prodotti e servizi che vengono espletati dalle imprese per tutto il loro ciclo di vita. Dal momento dell’estrazione del materiale al loro smaltimento».
Educare i cittadini e premiare le aziende meritevoli
Inoltre, al di là delle imprese, è necessario che anche i cittadini comprendano e sappiano accorgersi di casi di greenwashing. Tuttavia, ricorda Valerio Rossi Albertini, «le comunicazioni aziendali sono spesso ingannevoli, fallaci. Quindi non sempre è possibile riconoscerlo. Però non è il singolo cittadino a doversi attrezzare, sono le istituzioni a dover dare gli strumenti per orientarsi. Ad esempio, se andiamo a comprare una confezione di surgelati sulla confezione c’è scritto tutto. Ma chi va a leggere? E chi è che sa interpretare quelle sigle per associare il prodotto alla filiera di provenienza? Ecco, è in questo caso che la comunicazione è importante. È necessario far capire alle persone che possono essere parte attiva in questo processo di sviluppo, di evoluzione verso un’economia sostenibile combattendo in prima persona il greenwashing».
Per aiutare il consumatore si potrebbero introdurre strumenti o etichette che siano facilmente comprensibili. «Si potrebbe dare l’equivalente dell’impronta ecologica, cioè, nell’ambito di alcuni criteri di sostenibilità, un voto, un punteggio da 1 a 10 che corrisponde al rispetto dei dettami e delle caratteristiche che ha un prodotto veramente ecologico».
Infine, conclude, se da un lato bisogna «sanzionare i comportamenti inadeguati e fraudolenti, dall’altra parte – bisogna – premiare e sostenere le tante aziende che invece con fatica e sacrificio rispettano i dettami della sostenibilità ambientale».
