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Ripresa del made in Italy, Francesca Vitelli si batte per le aziende italiane con l'associazione Entrerprisin Girls

L’unione fa la forza. Perché la ripresa del made in Italy passa dai territori, dalla rete di relazioni umane, dalla cultura e dall’identità. A capirlo e metterlo in pratica, molto prima della pandemia, è stata un’associazione che si chiama EnterprisinGirls. Nome inglese ma italianissima. E con una forte vocazione europeista. A fondarla ci ha pensato la consulente Francesca Vitelli insieme a un gruppo di imprenditrici e libere professioniste che operano in tutta Italia in settori diversi.      

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Tanti i traguardi già raggiunti. Ancora di più quelli che possono essere tagliati in futuro da questa associazione che è diventata una buona prassi di WEgate, piattaforma europea nata per favorire l’incontro tra le associazioni di imprese femminili di 32 Paesi. Infatti, a Bruxelles il sito ufficiale di EnterprisinGirls fu scelto come caso studio.  

Enterprisin Girls, il sito ufficiale dell'associazione
L’home page del sito di EntreprisinGirls

 Presidente Vitelli, la ripresa del made in Italy da cosa passa?

«L’economia e la ripresa del made in Italy si ricostruiscono attraverso il lavoro silente di chi non molla e continua a investire. Già venivamo da una crisi strutturale, dopo la pandemia siamo letteralmente sulle macerie. Penso all’export, a chi è fermo da un anno perché non può partecipare alle fiere e andare all’estero. Alle imprese agricole che non riescono a piazzare i loro prodotti. Tra i nostri associati c’è una sartoria che produce costumi per lo spettacolo e la danza. E’ stata convertita e ha prodotto mascherine per non chiudere e per non licenziare i dipendenti. Solo da pochi giorni ha ripreso a fare costumi. Tenere le aziende in movimento e gli studi professionali aperti è stato uno sforzo enorme. Essere sopravvissuti è già tantissimo».     

Come si esce dalla crisi?

Francesca Vitelli in primo piano con il suo libro

«Interpretando il cambiamento del paradigma economico, che non sarà mai più lo stesso. Non possiamo aspettare che l’emergenza sanitaria finisca. Le microimprese hanno la capacità di essere flessibili e quindi di rimodellare i loro processi in base all’andamento del mercato. Siamo tutti sulla stessa barca, dagli orafi agli architetti, dall’avvocato all’imprenditore. Il mondo è cambiato e la ripresa del made in Italy è nelle nostre mani. Insieme ce la possiamo fare».

«Speriamo nella tregua estiva. Noi non ci vediamo dal vivo con le associate da febbraio 2020. Si fa tutto online. In realtà io non mai smesso di andare fisicamente nelle aziende, se si escludono i periodi passati in zona rossa. Ascoltare i silenzi era straziante e lacerante. Ti lascia addosso un senso di sconfitta. Sa quanto fracasso fa un telaio? Vederlo fermo può dare la sensazione che tutto sia perduto. Il carico psicologico è enorme. Alcuni alberghi storici hanno chiuso e pensare che durante la guerra erano rimasti aperti. Capisco il senso di solitudine di chi fa impresa. Per questo motivo l’associazione è importante, è un luogo di conforto e di sostegno, utile per la ripresa del made in Italy».  

Un pensiero sul nuovo governo guidato da Mario Draghi…

«Gli vogliamo concedere il beneficio del dubbio. Aspettiamo e vediamo cosa accade. Ha sicuramente tanta esperienza. Ma, come ho detto, siamo sulle macerie. La speranza è quella di non perdere per strada altri pezzi fondamentali della nostra economia. Sarebbe una sconfitta collettiva perdere la nostra storia e la nostra identità. Penso ai coralli, al settore agroalimentare, alle stoffe di pregio e al know how dei liberi professionisti. La base da cui partire per la ripresa del made in Italy».

«Anche i consumatori devono entrare in questo ragionamento, perché attraverso le loro scelte e i loro acquisti decidono le sorti di un’azienda. Se un prodotto costa meno e non premio la qualità sto distruggendo in primis me stesso. Un esempio? Le scarpe made in Italy sono apprezzate nel mondo e hanno un costo più alto. L’economia siamo noi, se non premiamo l’eccellenza ci troveremo a comprare il nulla e prodotti oggettivamente scadenti. Serve un cambiamento culturale, una maggiore consapevolezza. Se crolla il settore privato, se non si punta realmente alla ripresa del made in Italy, crolla tutto, anche il pubblico. Il Paese così rischia di implodere».   

Da dove nasce l’esigenza di fondare EnterprisinGirls? 

«Siamo un’associazione femminile. Gli uomini, è un dato di fatto, sono più bravi nelle relazioni. Del resto, il tempo che si spende per le relazioni viene spesso sottratto alla cura familiare. Le relazioni si traducono in opportunità di lavoro. La donna, di solito, è insicura e quando si propone si sottostima. Generalmente non siamo breve in questo anche se esistono delle eccezioni. Il nostro modello funziona. E piace anche agli uomini, che sono entrati nell’associazione perché interessati al network. Ma non possono ricoprire ruoli apicali all’interno di EnterprisinGirls. Noi ci battiamo per la parità, quella vera».

«In economia, infatti, non esiste un genere. E’ anche vero che l’approccio alle relazioni è diverso tra l’Italia e il resto del mondo. All’estero dopo 5 minuti di conversazione ti chiedono “cosa possiamo fare insieme?”. Mentre da noi prima bisogna sapere chi c’è dietro, se hai amici in comune, da dove provieni, che numeri hai…». 

«Lavorare in squadra non appartiene alla nostra cultura. Siamo individualisti, a differenza di quello che succede nei Paesi anglosassoni. Pensiamo che da soli siamo più bravi. Invece la chiave è diversa. Lo scopo di EnterprisinGirl è crescere insieme e lavorare insieme, anche attraverso compagne di co-marketing e co-brending per la ripresa del made in Italy».

La ripresa del made in Italy, quindi, passa “dall’unione” delle microimprese? 

«Sì, anche. Spesso si scrive che il tessuto economico dell’Italia è composto dalle Pmi. Non è così: la vera ossatura la fanno le microimprese, che hanno delle specificità strutturali. In primis la flessibilità e la fragilità».   

«Noi, come associazione, siamo l’evoluzione di un libro che trattava l’impatto della crisi del 2008 sulle aziende di Napoli e Caserta. Alla base c’era l’idea di fare qualcosa di innovativo, non la solita associazione. Così, insieme a Daniela Chiariello, che si occupa di sviluppo di siti in chiave marketing e comunicazione, è nata una piattaforma con accesso riservato per dare servizi e promuoversi. EnterprisinGirls nasce da un’esperienza ventennale per soddisfare le reali esigenze delle microimprese. Che rappresentano il vero tessuto della società italiana, ma che hanno un grosso limite, cioè non avere la capacità di arrivare facilmente al cliente finale nonostante una qualità indiscutibile. La prima legge del marketing, infatti, dice tutto: puoi avere anche il miglior prodotto del mondo ma, se non lo conosce nessuno e non se ne parla, non lo vendi».    

   

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