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Aiutare i pazienti che hanno subito un ictus nella loro riabilitazione. È questo il compito di Icone, dispositivo realizzato dall’italiana Heaxel, azienda che sviluppa apparecchi biomedicali e sistemi innovativi per la riabilitazione e l’assistenza mediata da robot.

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Il nome ci racconta Dino Accoto, co-founder di Heaxel, che supervisiona le attività di ricerca e sviluppo, nasce «dalla crasi fra due termini inglesi, Health e Pixel. Health per richiamare il nostro focus sul tema della salute e in generale del benessere e Pixel come simbolo del mondo digitale». Nata nel 2018, la società conta oggi 20 dipendenti tra Roma e Milano. Da luglio 2019 esiste un’azienda sussidiaria a Singapore, spin off della Nanyang Technological University (NTU) dove Accoto è professore universitario. 

La nascita di ICone

Heaxel, ci spiega Accoto, ha due soci: la Ican Robotics (da cui si è sviluppata nel 2018), che nel 2014 ha iniziato a sviluppare l’Icone, e il fondo Vertis. Con la Ican Robotics, ricorda Accoto «abbiamo iniziato a sviluppare l’Icone durante le vacanze di Natale del 2014 e ottenemmo un primo prototipo, ben lontano dall’essere soddisfacente in termini di prestazioni, solo 3 mesi dopo. Nell’arco di circa 1 anno da allora, trasformammo quel prototipo in un sistema funzionale e riuscimmo a ottenere il marchio CE, che consente la commercializzazione in Europa, ma anche in tutti quegli altri Paesi che lo riconoscono come garanzia di qualità e sicurezza per i dispositivi biomedici».

La scelta del nome del robot, aggiunge Maria Teresa Francomano, co-founder e CEO di Heaxel, è nata «perché volevamo che fosse un po’ il simbolo di una rivoluzione, un’icona del cambiamento – rispetto alle normali terapie di riabilitazione – Poi, siccome era un prodotto di Ican Robotics, ecco IC-one, ossia il primo prodotto di Ican Robotics».

In cosa consiste Icone?

Si tratta, spiega Accoto, «di un sistema robotico a supporto delle terapie di neuroriabilitazione. Faccio una premessa: i pazienti che vengono trattati con questo robot sono pazienti neurologici, quindi persone che hanno subito un danno di origine traumatica o patologica. L’organo affetto è il cervello, quindi il sistema nervoso centrale. Quindi, si tratta di individui che hanno un apparato muscolo scheletrico perfettamente funzionante, ma non riescono a gestire uno o più arti a causa della lesione che il cervello ha subito. Come, ad esempio, chi ha avuto un ictus.

Da un punto di vista numerico la gran parte dei pazienti neurologici sono persone affette da un ictus. Purtroppo in Italia, la probabilità nel corso della vita di subire un ictus è 5 volte maggiore rispetto a quella di essere tamponati almeno una volta. Stiamo quindi parlando di numeri molto alti. Quando il cervello subisce un ictus, che può avere varie origini, l’effetto netto è che parte del tessuto cerebrale muore. Allora il cervello mette in campo una serie di meccanismi che globalmente prendono il nome di neuroplasticità, che servono a ripristinare le funzioni perse. Tessuto cerebrale che era adibito ad altre funzioni, viene allenato dal cervello a occuparsi delle funzioni perse.

Per stimolare questo processo di neuroplasticità è necessaria una terapia riabilitativa, il cui scopo è appunto stimolare l’organo cerebrale, non l’arto affetto. Da un punto di vista bio-meccanico, supponiamo che il paziente diventi emiplegico e ad esempio non riesca a muovere l’arto destro. Questo, da un punto di vista muscolo scheletrico, è integro: il guaio è nel cervello che non riesce a gestire il braccio. Dunque, la neuroriabilitazione stimola i processi fisiologici di neuroplasticità attraverso terapie intensive e ripetitive, il cui scopo è quello di indurre il cervello a imparare nuovamente a gestire quell’arto. È un po’ come imparare a suonare uno strumento musicale. Attraverso l’esercizio ripetitivo e intensivo si impara una nuova funzione sensomotoria». 

L’utilizzo di Icone semplifica queste terapie? 

«Icone è lo strumento che facilita la somministrazione di queste terapie ripetitive e intensive. In sostanza, si tratta di un robot con una maniglia, impugnata dal paziente, che mostra su uno schermo dei movimenti che devono essere compiuti. Questi sono “mascherati” sotto forma di videogame».

Come funziona?

«Ad esempio, un esercizio può consistere nel mandare una palla da calcio in rete. È un movimento intuitivo, perché se qualcuno vede le immagini, che sta controllando un pallone e dov’è la rete, capisce che tipo di movimento deve compiere per fare gol. Per riuscirci, il paziente è indotto a muovere volontariamente il braccio. Quindi stimola il cervello a riprendere il controllo dell’arto. Siccome, però, non è in grado di compiere spontaneamente questo movimento, quello che fa Icone è di implementare un protocollo di assistenza se necessario.

In sostanza, se la persona riesce a compiere il movimento in modo spontaneo il robot non fa nulla e si limita semplicemente a prendere atto che il movimento era corretto. Invece, se il movimento non è completato perché il paziente non è in grado di farlo, il robot genera una leggera spinta che gentilmente porta la mano verso la rete. Oppure, se il paziente per vari motivi segue una traiettoria sbagliata e anziché andare verso la rete si muove lateralmente, il robot genera dei campi di forza che guidano il movimento verso la porta. Questi campi di forza si adattano alle prestazioni per evitare che chi fa la terapia si approfitti dell’assistenza anziché impegnarsi al meglio delle proprie capacità. Quindi, chi è in cura è sempre stimolato a fare meglio».

Ci sono altri vantaggi?

«Sì – prosegue – quello di evitare la frustrazione. Se una persona dopo 5, 10 o 20 volte, a seconda della soglia di pazienza di ciascuno, non è in grado di compiere un movimento, non è più stimolata a farlo. Questo perché sente la frustrazione del proprio deficit e a quel punto lascia la terapia. Invece Icone aiuta sempre i pazienti a fare questa terapia, sia per stimolarli da un punto di vista di informazioni oggettive generate dal braccio, sia per evitare questo aspetto psicologico della frustrazione, portando il paziente a voler continuare a fare l’esercizio. Tanto che il robot poi mostra a schermo degli indici con le prestazioni, proprio come in un videogame, in modo che le persone siano consapevoli dei progressi e stimolate a fare di più».

Si parlava di videogiochi e Icone ricorda la forma di un joystick.

«È vero. Abbiamo cercato di tenere il design quanto più semplice e compatto possibile. Il corpo di Icone è un rettangolo aureo (ha le stesse proporzioni del Partenone greco) su cui si muove una maniglia come un grande mouse. La differenza è che questa maniglia applica forze. Inoltre, Icone è l’unico robot al mondo certificato per funzionare anche fuori dall’ospedale. Di robot con le stesse funzioni ce ne sono tanti, ma noi siamo gli unici che possiamo far funzionare l’Icone in una palestra riabilitativa, un ambulatorio oppure anche a casa del paziente».

Heaxel
(foto da www.heaxel.com)

Il vantaggio di Icone, quindi, è di essere trasportabile e utilizzabile praticamente ovunque.

«Esatto – risponde Maria Teresa Francomano – Nello sviluppare questa macchina abbiamo voluto dare enfasi principalmente a due aspetti. La portabilità, che non è solo la trasportabilità, ma anche a livello di regolamenti la possibilità di essere utilizzato ovunque. In qualunque centro, ambulatorio, anche a casa, qualunque tipo di impianto che c’è, la macchina risulta sicura. Poi, abbiamo dovuto lavorare anche sul renderla il più intuitiva possibile. Quindi fasi di installazione praticamente nulle, con un’interfaccia molto intuitiva. I passaggi da seguire sono molto ridotti ed è tutto ben guidato per fare in modo che possa essere utilizzato anche con la supervisione di una persona non specializzata che segue il paziente a casa e monitora la terapia che è stata precedentemente impostata da un dottore». 

Quali sono i costi?

«Oltre agli aspetti tecnici – prosegue la responsabile di Heaxel – abbiamo lavorato in parallelo anche sugli aspetti legati al business. Perché per renderlo davvero accessibile a una larga fetta di popolazione, questo robot oltre a essere facilmente trasportabile e utilizzabile, deve avere un costo che sia abbastanza sostenibile dal piccolo centro, dal dottore, dal terapista e anche dal paziente che deve fare delle cure per periodi abbastanza prolungati. Abbiamo studiato anche da un punto di vista di sostenibilità economica dei modelli nuovi che non prevedono la pura vendita all’interno di pochi centri in Italia, ma vogliamo fare in modo che siano presenti in maniera capillare largamente sul territorio».

Normalmente, aggiunge Dino Accoto, «un robot di questo tipo ha un prezzo di vendita dai 60mila euro in su. Non vogliamo creare una barriera di accesso di tipo finanziario così elevata. Quindi quello che proponiamo è una sorta di canone mensile molto accessibile, più una fee oraria. Questo vuol dire che i costi sono proporzionali alle ore di utilizzo del robot, ma anche i ricavi perché ci sono più pazienti da servire, quindi è globalmente sostenibile. Una formula di condivisione del rischio che stiamo adottando per ridurre la barriera finanziaria all’ingresso perché vogliamo che Icone sia a disposizione di quanti più pazienti è possibile e non solo di grandi centri con grandi budget». 

Qual è la diffusione di Icone?

Al momento, spiega Maria Teresa Francomano, «abbiamo sei macchine installate. Quattro in Italia, una in Francia e una a Singapore. Per quest’anno abbiamo già preso diversi accordi, però per colpa del Covid abbiamo un po’ rallentato. Sicuramente da settembre partiranno in parallelo altri 6 studi con altri centri, quindi ci saranno altre macchine sia in Italia che fuori. In particolare in India, nel Regno Unito, in Colombia e il resto nel nostro Paese in varie regioni. Per quanto riguarda l’India, lo studio sarà con un’associazione, Mom’s Belief, che si occupa di bambini. Un pilot pediatrico. Infatti una delle linee di sviluppo che già quest’anno saranno portate a termine riguarderà la possibilità di fare riabilitazione anche su bambini».

Ci sarà un elenco sul vostro sito con tutte le strutture?

«Magari non sarà sul sito, ma in altro modo, però sarà nostra premura fare in modo che seppure non abbiamo un contatto diretto con il paziente, questo possa attraverso di noi avere delle informazioni e sapere dove si trova l’Icone e dove può fare la riabilitazione».

E per quanto riguarda le strutture che vogliono utilizzare l’Icone?

«Con le strutture in generale ci muoviamo sia in maniera pro attiva quindi siamo noi a creare dei momenti di incontro, li contattiamo. Allo stesso tempo, può accadere che, se qualcuno è interessato, ci contatta e fissiamo un appuntamento in cui mostriamo la macchina».

Quali sono i risultati clinici?

Purtroppo, ci risponde Dino Accoto, questa domanda «non ha una risposta univoca. Perché esiste un’ampia varietà di pazienti in termini di durata dell’ictus, quanti anni fa lo hanno avuto, a che età, capacità di neuroplasticità residua, estensione della lesione, e tipo di tessuti colpiti. È difficile dare una ricetta univoca per tutti ed è questo il motivo per cui l’Icone, come un qualunque strumento terapeutico deve essere prescritto da un medico. Ci deve sempre essere la valutazione di un fisiatra o un neurologo che deve essere in grado di valutare le condizioni di un paziente per suggerirgli la migliore delle terapie. Detto questo, la percentuale di recupero varia da 0 al 100 per cento. Ci sono casi di persone che dopo alcuni anni dall’ictus non hanno alcun esito residuo e altri il cui recupero è molto basso. Noi mettiamo a disposizione dei medici uno strumento, ma non vendiamo promesse».

Quale impatto del Covid per la società?

«Abbiamo provato volutamente a rendere la dinamica il più normale possibile – ricorda Maria Teresa Francomano –  Al di là di tutte le prescrizioni di sicurezza che abbiamo adottato subito con i nostri dipendenti, siamo riusciti immediatamente a coordinarci con la modalità di lavoro da remoto. Una dinamica che conosciamo bene visto che trovandomi a Singapore insieme a Dino Accoto, gestiamo entrambi l’azienda da qui. Praticamente lavoriamo da remoto tutti i giorni e anche i nostri dipendenti sono abituati a questo tipo di modalità. Dal lato della produzione e di ricerca e sviluppo, quindi, non ci sono stati degli impatti significativi.

Abbiamo avuto dei problemi dal punto di vista commerciale legati al fatto che era difficile organizzare delle demo e dei meeting di persona. Però, abbiamo comunque contattato da remoto dei centri in diverse zone d’Italia e all’estero e raggiunto degli accordi per cui appena sarà possibile viaggiare, soprattutto all’estero, saranno installate delle macchine. In più abbiamo cercato di renderci utili in questo momento, data la peculiarità della macchina di essere trasportabile e utilizzabile senza la necessità che ci sia qualcuno vicino. Un supervisore può tenere distanze di sicurezza compatibili con le misure per il Covid».  

Cosa avete fatto?

«Siamo stati contattati dal centro “Don Gnocchi” e abbiamo fornito delle macchine per i pazienti con necessità di fare riabilitazione nonostante le problematiche del Covid. Le persone che hanno necessità di fare 14 giorni di isolamento e non possono muoversi da una stanza all’altra, possono fare comunque la riabilitazione. Questo perché il robot viene portato nella stanza di ciascuno. Poi è facilmente sanificabile per cui il passaggio al successivo paziente non porta via molto tempo. Inoltre, stiamo intensificando il lavoro dello sviluppo di una piattaforma cloud per la gestione della terapia e del controllo da remoto. Nella fase post Covid, vorremmo rafforzare il concetto che con questo dispositivo qualsiasi tipo di terapia e monitoraggio si può fare realmente da remoto».

State pianificando eventi post Covid?

«Sì. Noi annualmente abbiamo una pianificazione degli eventi e l’avevamo anche per quest’anno. È stato tutto rimandato. Ci saranno eventi in chiusura d’anno e nel 2021. Quello che abbiamo pensato è cercare di recuperare, organizzando dei piccoli eventi di formazione e informazione all’interno di alcune strutture. Proporremo dei corsi in cui mostreremo l’Icone e lo faremo provare. Inoltre, cercheremo di creare dei piccoli eventi molto focalizzati per spiegare le potenzialità della robotica applicata alla riabilitazione».

Ci sono altri progetti su cui state lavorando?

«Icone si sta muovendo su due direttrici – ci spiega Dino Accoto -. Da un lato l’allargamento dell’offerta tecnologica al servizio dei pazienti post ictus, l’altra direttrice, invece, è l’allargamento delle tecnologie robotiche per settori diversi dal neurologico. In particolare abbiamo in mente l’ortopedico. In prospettiva Heaxel avrà dei prodotti per dare una risposta più completa alla necessità di gestire meglio le attività del vivere quotidiano a 360 gradi».

Avete in progetto di aprire altre sedi di Heaxel?

«Al momento – conclude Maria Teresa Francomano – stiamo lavorando per una copertura efficace dell’Europa e dell’Asia. In Italia abbiamo due sedi, una a Singapore e vorremmo avere un’altra sede negli Stati Uniti a breve. Dopodiché valuteremo eventuali sviluppi anche in base alle esigenze di mercato».

Heaxel
Il team di Heaxel

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