Biodiversità, Stagnari: «Preservarla permette di far fronte ai cambiamenti»

Riscoprire la ricchezza delle nostre colture e preservare la diversità delle specie. E' questa la strada da intraprendere, ci spiega in un'intervista il professor Fabio Stagnari dell'Università di Teramo, per poter far fronte a ogni variabile. Un vantaggio non soltanto dal punto di vista agroecologico, ma anche economico

Spesso, quando compriamo un alimento o mangiamo un cibo non consideriamo quante tipologie diverse di ciò che stiamo mangiando o comprando, esistono. Come riportato dalla Treccani, oggi «si stima che delle 270.000 specie vegetali conosciute più di 30.000 siano eduli, ma ne vengano coltivate circa 120». L’insieme delle varie componenti biologiche importanti per l’agricoltura e l’ecosistema ha un nome preciso: agro-biodiversità.

In sostanza, ci spiega Fabio Stagnari, professore associato in agronomia e coltivazioni erbacee presso la facoltà di Bioscienze e tecnologie agroalimentari e ambientali, dell’Università degli studi di Teramo, «per agrobiodiversità si intende tutta la diversità genetica che fa parte di un agroecosistema». Quest’ultimo, prosegue il professore «è un sistema più semplificato rispetto a un ecosistema naturale. Nell’agro ecosistema si tende essenzialmente a inserire degli input energetici, asportando della sostanza organica, della biomassa sotto forma di prodotti finiti come frutti, piante intere ecc… e soprattutto, rispetto a un ecosistema naturale, l’agrobiodiversità è molto più semplificata e meno accentuata».

Il professor Fabio Stagnari, esperto di biodiversità
Il professor Fabio Stagnari

Per quale motivo?

«Questo accade perché in un agroecosistema vogliamo evitare al minimo la competizione tra le nostre colture e altri esseri viventi. Dai vegetali, come piante infestanti, agli animali tipo gli insetti. E anche microorganismi, perché non  dimentichiamo che nel suolo esiste la più alta frazione di biodiversità, quindi di numero di specie, rispetto agli altri sistemi». 

Come mai oggi è importante parlare di agrobiodiversità? 

«Perché l’indirizzo è quello di recuperare una diversità sia in termini di specie che di genotipo, ossia di assetto genetico all’interno di quella specie. Perché un agroecosistema maggiormente in equilibrio, cioè con un maggior numero di specie, preserva molto la sua resilienza, la sua capacità di resistere e rispondere a cambiamenti climatici o pressioni esterne. L’altro aspetto importante da considerare è che preservando biodiversità si ha a disposizione un serbatoio di geni che possono essere importanti, come nel caso di resistenze particolari, per aspetti qualitativi delle nostre colture da cui attingere».

Può farci qualche esempio?

«Oggi si parla tanto di frumenti antichi come il farro spelta o il monococco. Si tratta di frumenti che nel tempo hanno perso la loro importanza, perché avevano delle caratteristiche poco desiderabili. Sono molto alti, resistono poco alle fertilizzazioni azotate, poco produttivi e soprattutto molti di questi hanno anche una cariosside difficile da gestire per avere il prodotto finito. 

Tuttavia, ora si sta riscoprendo quello che si è perso. Attraverso il miglioramento genetico si è andati verso una situazione di estrema ristrettezza. Questo fa sì che se queste nuove varietà di piante sono messe in condizioni ottimali si hanno risultati eccezionali. Allo stesso tempo in condizioni più ostili come cambiamenti climatici, siccità, attacchi parassitari, perdita di fertilità del suolo, questi genotipi soffrono. E allora ecco che si ricorre a pescare i geni da queste vecchie specie. Inoltre, in ambienti dove le condizioni non sono ottimali, danno delle risposte molto interessanti. Poi hanno anche degli aspetti salutistici. È questa la riscoperta. Sono ricchi di polifenoli e flavonoli, sostanze che aiutano nel metabolismo umano a far fronte a situazioni di stress. Hanno anche un effetto significativo su altri aspetti riguardanti la salute».

Quali sono i contro nel non preservare la biodiversità?

«I contro sono quelli che vediamo nell’agricoltura industriale. L’agricoltura di oggi è figlia delle scelte delle varie rivoluzioni verdi che si sono succedute nel corso degli anni. Cioè l’introduzione della meccanizzazione, della chimica, lo sviluppo delle biotecnologie quindi della genetica. Tutto questo ha comportato la perdita di biodiversità. Aver ristretto tanto questa genetica e abbandonato questa biodiversità oggi ci porta a quello che vediamo. Alle prime difficoltà le varietà soffrono. Il nostro ambiente non è resiliente perché purtroppo ha perso tutto il corredo di biodiversità.

Gli insetti hanno anche i loro antagonisti nell’ambiente naturale. Nell’agroecosistema purtroppo, questi antagonisti sono stati quasi azzerati con l’utilizzo della chimica. E anche le lavorazioni e così via. In un ambiente coltivato il fatto che non siano presenti infestanti non è positivo. Come un genotipo riesce a sviluppare dei geni di resistenza a un erbicida, invade tutto il sistema. Perché non trova altre specie che competano con questa. Quindi oggi l’imperativo in questo settore è avere pochissimi individui, ma di tante specie diverse. In modo da costruire un equilibrio». 

Così da potersi adattare a ogni situazione.

«La biodiversità è importante perché più variabilità c’è e meglio è. Perché se ho più variabilità posso trovare a disposizione quei geni, quindi quel genotipo che si adatta a certe condizioni. Dobbiamo avere più variabilità possibile perché non possiamo sapere cosa ci aspetta. Nelle diverse condizioni ambientali, che nel mondo sono tantissime, una varietà che funziona in un luogo non dà le stesse risposte in un altro. È questo il punto della biodiversità. Ed è un po’ quello che sta succedendo con il Covid». 

In che senso?

«Il motivo per ci sono tutte queste varianti è perché il Covid, sotto una pressione, si adatta. Ed è per noi e la nostra varietà che la nostra coltura si deve adattare. L’abbiamo già ristretta, quindi le impediamo di moltiplicarsi, di offrire variabilità, ed ecco che non abbiamo più scelta». 

Ed è un po’ uno spreco considerando le possibilità che offre il nostro Paese.

«Esatto. Questo perché le condizioni pedoclimatiche sono molto variabili. L’Italia è una nazione molto stretta e lunga. Attraversa tante latitudini, variazioni d’altitudine, influenza di tanti bacini idrici, mare, laghi e così via. Questo fa sì che ci sono tanti ecotipi che si sono adattati in queste diverse condizioni. Oggi, però, devo dire che c’è una grande sensibilità verso il recupero di questa biodiversità. Non soltanto per un discorso agroecologico, ma anche per uno economico. 

Intorno a questi ecotipi e specie minori scomparse, c’è anche un fermento che porta a riscoprire le loro proprietà salutistiche e le loro caratteristiche di sapore. La conseguenza è quella di potersi distinguere rispetto alla maggioranza delle produzioni, all’uniformità, e quindi sfruttare il mercato e ottenere un prezzo più elevato». 

Ci sono vantaggi  economici anche sul lato della produzione?

«Questo non è sempre vero. Se immaginiamo ad esempio un farro, come un frumento duro o tenero. Il problema è che mentre con il frumento si producono tra le 5,5 e le 6 tonnellate per ettaro, col farro siamo intorno alle 2,5. Perché è una pianta alta che non sopporta la concimazione, insieme ad altre problematiche per cui produce meno. Quindi il costo è molto più alto. Per altre situazioni, però, non è così. Normalmente queste cose vengono abbinate a un sistema di condizione che è quello biologico. Cioè chi vuole veramente distinguersi e coniugare biodiversità con prodotto sano, fa biologico su queste colture. Così ottiene dei prodotti e dei prezzi molto più elevati».

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