Assofintech, Bernardo: «Ecco perché guardare al futuro con ottimismo»

Il presidente dell'associazione, Maurizio Bernardo, spiega qual è la diffusione e l'importanza dell'offerta digitale oggi, in un Paese molto colpito dalla pandemia. Inoltre, ricorda quali sono le opportunità che la tecnologia offre a chi ha voglia di investire o lanciare una startup o una pmi innovativa

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Maurizio Bernardo, presidente di Assofintech
Il presidente di Assofintech, Maurizio Bernardo

I servizi digitali, soprattutto nell’ultimo anno a causa della pandemia di Covid-19, hanno visto crescere sempre più la propria diffusione. Come ci spiega Maurizio Bernardo, presidente di Assofintech, nata nel 2017 con lo scopo di divulgare e rappresentare le attività di società fintech e insuretech in Italia. Oggi conta 130 associati divisi su tutto il territorio nazionale ed è «l’associazione più grande che raccoglie la parte fintech, ossia la tecnologia legata alla finanza, la parte insurtech con i prodotti assicurativi e qualcosa della blockchain». Niente a che vedere, però, con bitcoin o altre valute elettroniche: «Spesso si immagina l’equazione fintech uguale criptovalute, ma non è così. Infatti non abbiamo nessuna realtà che si occupi della moneta virtuale».

Oggi, l’accelerazione sull’uso del digitale, ricorda il presidente Bernardo, deve essere vista come un beneficio per l’intero Paese. Oltre al mondo dei pagamenti, infatti, «la tecnologia va nella direzione di sostenere anche altre aree e segmenti dell’economia».

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Ad esempio? Può farci un quadro della situazione?

«Penso al settore Proptech, cioè il Real Estate, a quello che può essere fatto per le amministrazioni comunali nel facilitare l’uso della tecnologia, o dal punto di vista dell’urbanistica nel rinnovare le piante toponomastiche. Ricordo anche il settore dell’agrifoodtech, quindi la tecnologia applicata al mondo agricolo e della ristorazione. La parte più importante riguarda le fintech, dai pagamenti digitali alle piattaforme di crowdfunding, alla blockchain sul tema della tracciabilità. Inoltre, questo governo ha individuato una figura che è il Ministro alla digitalizzazione: si tratta di un’iniziativa importante anche per avere un riferimento preciso su quello che è lo sviluppo del settore. Senza dimenticare che il recovery fund prevede tra le tre aree a cui si riferisce proprio quello relativo al digitale. Sarà una scommessa molto importante per il nostro Paese vista anche la dimensione che ci viene dedicata in termini di risorse». 

Come è diffuso in Italia lo sviluppo delle aziende fintech?

«Ad oggi c’è una prevalenza al nord, in particolare in Lombardia. Si tratta, in un certo senso, anche di un dato storico perché la capitale finanziaria del nostro Paese è Milano. Quindi, per quello che riguarda il mondo della finanza, visto da diverse prospettive, è sempre stata il cuore del settore. E parlando di fintech, diverse iniziative nascono qui. Poi, scendendo, c’è una presenza abbastanza importante nel Centro Italia, soprattutto Roma e dintorni, mentre andando più a Sud diminuisce l’attenzione dedicata alla tecnologia soprattutto nella parte digitale-finanziaria per sfociare nella parte agrifoodtech, quindi il mondo dell’agricoltura e delle tecnologie avanzate per la coltivazione dei nostri territori o dall’altra il settore proprio agroalimentare».

Qual è stato l’impatto della pandemia? Chi ha reagito meglio e chi peggio?

«Da questo punto di vista, se penso per un attimo ai pagamenti digitali, alla nascita anche nell’attualità di banche online, alla parte Insurtech, quindi assicurazioni e prodotti assicurativi sulla rete, non abbiamo riscontrato una contrazione. Non dimenticando che questo è un mondo che è rappresentato perlopiù da startup e PMI innovative. In passato il governo aveva identificato anche delle misure dal punto di vista fiscale e del credito di imposta per consentire agli imprenditori di realizzarsi anche su settori che per noi sono più recenti rispetto ad altre aree del mondo. L’idea di avere dei modelli tecnologici avanzati in aree economiche a cui prima non pensavamo, diventa un veicolo oggi e forse anche una necessità. È chiaro che manca la presenza, l’incontro, la partecipazione diretta e fisica a scenari internazionali. Però grazie all’utilizzo delle piattaforme che hanno avuto uno sviluppo importante, oggi è comunque possibile raggiungere tutto il mondo e raccontare le proprie idee. Poi il problema è legato ai consumi. Avere una bella idea e la tecnologia se poi devi anche realizzarla e veicolarla diventa effettivamente un problema. Perché la ricaduta è su tutti». 

Sin da subito è necessario pensare a come ripartire. Quali settori si riprenderanno prima e in quali casi sarà necessario intervenire? In che modo?

«Sono convinto che fin quando non terminerà l’effetto negativo e drammatico del Covid, cioè fino a quando il vaccino non sarà diffuso tra la popolazione, non saremo in sicurezza totale. Quindi il ricorso al digitale sarà il nostro primo strumento. Però sono altrettanto convinto che non torneremo indietro. Perché dalle piccole alle grandi realtà e con esse le amministrazioni pubbliche si sono rese conto dell’importanza di applicare la tecnologia anche a segmenti a cui avevamo sempre pensato poco. Per esempio pensiamo alla ricostruzione di quello che è il nostro patrimonio geografico amministrativo urbanistico del territorio nazionale. Oggi l’utilizzo dei droni e dei sistemi informatici all’avanguardia risolve tutta una serie di problemi. Allo stesso tempo parlare di compravendite e di cessione di immobili anche attraverso l’uso delle piattaforme. O di accesso al credito, non solo tradizionale e bancario che non sempre favorisce i più piccoli: oggi attraverso le piattaforme di crowdfunding si può trovare una soluzione diversa che può anche rivolgersi al mondo dell’arte e della cultura». 

Basta guardare l’estero dove il crowdfunding ha numeri ben più elevati che in Italia.

«Certamente. Da noi non voglio chiamarle praterie, ma che ci siano opportunità assolutamente sì. Ci sono diverse realtà in grado di offrire dei prodotti con però un’accessibilità al credito semplificata rispetto alle banche tradizionali, perché nel mirino hanno startup e piccole e medie imprese. Questa, secondo me, può diventare una formula vincente. Poi, essendo autorizzate da Consob, c’è anche una riconoscibilità. Sono una quindicina le piattaforme autorizzate Consob e sono in grado di offrire una platea di prodotti molto diffusa». 

crowdfunding

Andremo incontro a una nuova normalità?

«Sì, io ritengo che questo ci porterà ad abituarci, come sta avvenendo anche nel settore della formazione a distanza attraverso le piattaforme. Con la possibilità per chi è vincolato da un obbligo di formazione, dagli ordini professionali alle categorie di avere un’offerta ulteriore. Si limeranno anche i costi nell’uso dei mezzi e il costo degli affitti riducendo anche la richiesta di spazi, mentre il digitale e soprattutto la parte del pagamento digitale diventerà il must. Penso anche agli sportelli bancari. L’idea che oggi si parli di banca online e quindi tutto via piattaforma è un po’ la soluzione vincente». 

In questo modo, però, non si rischia di andare incontro a un Paese diviso a metà? Con i giovani e gli adulti vicini al digitale e gli anziani più legati ai metodi tradizionali?

«Devo dire che questo rischio ci può essere ancora oggi rispetto al momento in cui usciremo davvero da questa situazione di emergenza. Tuttavia, anche gli anziani si stanno pian piano appropriando di queste tecnologie. Dall’utilizzo dei social, alla smaterializzazione delle carte, all’essere portati a chiedere un appuntamento per un colloquio in banca. O immaginare chi fa impresa, tenendo conto anche del momento economico e socioeconomico che avremo di fronte. Per i nuovi imprenditori, l’idea che ci siano fonti di ricorso al credito dedicate, attraverso le banche online, alle Pmi e alle startup, diventa un’offerta importante. La domanda oggi ci può essere ancora. Va fatta formazione attraverso canali diversi in base al target. Bisogna tener conto che rivolgersi a un pensionato è diverso rispetto a chi vive con il digitale come i millennials, però credo che vada spiegato al meglio con momenti di formazione utili». 

In questo periodo in cui è più difficile pensare di aprire nuove attività, che consiglio darebbe a chi vuole comunque mettersi in gioco?

«La prima considerazione che faccio, perché vale anche per me stesso, è che questo momento così drammatico che stiamo vivendo avrà una fine. Ce lo fa ben sperare anche l’arrivo del vaccino. Ci saranno costumi e modalità diverse, ma fra qualche mese torneremo a vivere. Purtroppo ci sono settori che sono stati toccati molto più di altri e anche lì la capacità di rigenerarsi è stata ed è possibile, mentre in altri no». 

Startup

«L’idea di sviluppare un prodotto grazie alla tecnologia potrebbe essere un invito ai giovani perché ci sono diverse misure. Attraverso Cassa depositi e prestiti per un verso, con l’idea di Sace di offrire garanzie e assicurare investimenti anche piccoli rivolti ad alcune aree, per esempio nel mondo del food e dell’agricoltura. Da quest’anno stanno lavorando per predisporre il processo che consentirà anche a chi fa startup di poter usufruire di questi servizi. Quindi accesso al credito da una parte e dall’altra la garanzia. In più le stesse banche stanno capendo che c’è una parte legata all’innovazione, e quindi ai millennials, che deve essere sostenuta. Inoltre, ricordo anche l’operazione che può essere fatta con gli atenei. Non necessariamente si devono frequentare dei corsi all’interno, perché gli istituti diventano incubatori. Luoghi in cui dei giovani si ritrovano e quelli che hanno avuto l’intuizione, i più meritevoli, partendo tutti dalla stessa linea, hanno delle occasioni importanti da sfruttare. A questo proposito abbiamo da poco iniziato un progetto». 

Di che tipo?

«Come Assofintech abbiamo sottoscritto un accordo con Le Village. Una realtà che funge da hub e luogo di aggregazione per le startup e le pmi innovative a Milano. È presente anche in altri territori e stiamo cercando di capire se anche al centro-sud possiamo fare degli accordi con altri incubatori».

Quali sono i progetti futuri di Assofintech?

«Stiamo avviando delle partnership con alcune Camere di Commercio straniere. Mi riferisco alla Camera di Commercio americana, a quella inglese, a quella di Singapore e poi con Israele che è considerata la startup nation. Poi, quello che abbiamo nel radar è la parte Accademy, la formazione. Non legata soltanto agli associati, ma anche aperta a una platea più vasta per raccontare cosa sia il fintech e che opportunità dà. Soprattutto nella promozione di piccoli progetti attraverso un’idea che nasce da giovani o da meno giovani utilizzando la tecnologia. Vogliamo far conoscere al legislatore questa potenzialità, visto che già è nelle corde del governo indipendentemente dalle colorazioni politiche. Inoltre è l’Europa che ha sottolineato quanto uno dei tre asset sia legato al digitale. Quindi parlare di questi argomenti diventa fondamentale e c’è molto interesse a fare investimenti importanti in questo campo. Per questo credo che un’associazione come Assofintech deve saper raccontare l’Italia avendo anche alcune specificità. Basti pensare al settore turistico o dei beni culturali attraverso piattaforme digitali, realtà aumentata e tutto quello che offre la tecnologia. Può essere un modo nuovo per rappresentare delle esperienze professionali importanti».

Quindi un futuro in cui si cerchi di espandersi sempre più in tutti i settori.

«Esattamente. Facendo cultura anche in questo senso».