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Abitazioni rurali dell’Etna: il libro di Sebastiano Costanzo

L'opera, ricca di quasi cinquecento fotografie, si intitola “Le costruzioni in pietra lavica del territorio Jonico etneo“ e va a raccontare la storia di una zona speciale della Sicilia

Abitazioni rurali dell’Etna, una casa con la finestra

di Rosario Scalia, Segretario generale dell’Istituto Max Weber

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Finalmente un libro che racconta con la sola forza dell’immagine un mondo – quello di tanti lavoratori delle Terre di Aci – che è stato, fino a qualche secolo fa, il “nostro mondo”. Il libro, ricco di quasi cinquecento fotografie, si intitola “Le costruzioni in pietra lavica del territorio Jonico etneo. Immagini e scorci di tradizioni e attività” ed è introdotto con abile maestria di linguaggio dal prof. Alfonso Sciacca.

Casa in Sicilia

Abitazioni rurali dell’Etna: l’analisi fotografica di “Oliver“

Sebastiano Costanzo, copertina del libro fotografico
La copertina del libro

Ne è l’autore Sebastiano Costanzo (classe 1945) che, non essendo nuovo a questo tipo di opere, ha pensato bene di ridare alla Società di oggi la grande opportunità di meditare ancora su alcuni scorci di vita contadina e non solo.

Al centro della sua analisi fotografica Costanzo – che si fa chiamare “ Oliver”, a ricordo di quel ragazzo un po’ discolo che, nella mente fervida dell’inglese Charles Dickens, aveva a cuore la difesa dei più deboli – pone il paesaggio – a volte poco attenzionato dai  professionisti dell’obiettivo, e molto di più dai poeti, dai pittori – di quelle colture agricole che oggi, come un tempo, hanno caratterizzato il territorio siciliano che volge lo sguardo al mare Jonio, quel mare che ancora vive della presenza di leggende e di miti greci e latini.

Tanto da ritrovarne traccia in questa pubblicazione con un richiamo visivo al  racconto di quell’amore contrastato tra Aci, un pastorello, e Galatea, una ninfa del mare.

Un libro, edito per i tipi de “La voce dello Jonio” di Acireale, che si dimostra il segno tangibile della rinascita culturale di quanto si può fare in questo senso dopo la segregazione indotta dalla pandemia, e di come essa possa essere posta a tacere… al tempo della estate del 2021.

Infatti, Sebastiano Costanzo ha pensato benee tale scelta va a suo merito – di restituire alla nostra coscienza una serie di momenti lavorativi particolari, ponendo l’accento su una situazione singolare: che il vissuto di certe professioni, di certi mestieri risulta – fino a qualche tempo fa – legato al “luogo” in cui esse stesse si esercitavano.

La casa al centro dell’esistenza 

Così che il “luogo” più fotografato e, quindi, come tale, più “raccontato” viene ad essere costituito dalle abitazioni rurali dell’Etna, che possono chiamarsi case, oppure casette, oppure semplicemente “rifugi”, per chi lavorava nei campi o tra i filari delle viti, dalle intemperie o dalla calura estiva.

In fondo, la casa – il luogo del quotidiano vissuto dai poveri come dai ricchi, da tutte le classi sociali – costituisce il leit-motiv di questa interessante pubblicazione che ha ricevuto, per le sue innegabili caratteristiche artistiche, il sostegno della Fondazione “Atene e Roma” di Acireale.

La casa è stata per diverso tempo – ma di ciò non si è inteso mai parlarne in maniera così esplicita come ha fatto Sebastiano Costanzo – il luogo privilegiato del mestiere esercitato. Tanto che, tra i siciliani di un tempo andato, si ricorreva a una espressione molto efficace per indicare questa felice convivenza di interessi: <è tuttu casa e putia>, dove la voce “putia” sta per bottega.

Oggi, in un tempo in cui molti lavoratori sono stati impegnati a lavorare da remoto, cioè standosene a casa, la cosa non dovrebbe suscitare curiosità o stupore.

E, invece, la curiosità – mista ad una ammirazione che non si riesce ad esprimere fino in fondo – ritorna intatta, con tutta la sua forza irresistibile, a sussurrarci che anche in altri tempi si potevano conciliare i tempi del lavoro con i tempi della famiglia.

Un’opera che tocca l’animo 

L’attenzione di Sebastiano Costanzo è tutta rivolta, nelle quasi duecento pagine della sua opera, a far rinascere un legame solido, forte tra l’essere umano e il luogo in cui egli vive. Casa che può essere diventata anche dimora delle proprie divinità, della irrequietezza dello Spirito che cerca un po’ di pace e di conforto dopo il lavoro. Ne sono un esempio il richiamo agli altarini votivi che, costruiti agli angoli di strade e di sentieri, segnano il tempo del necessario ricongiungimento dell’individuo al Cielo.

Sono tante e diverse le emozioni che le foto di Sebastiano Costanzo – al quale fa piacere di essere contattato ([email protected]) anche perché il libro è a tiratura limitata e può essere richiesto direttamente all’autore – suscitano nell’animo di chi le osserva. 

C’è da cogliere, anche nella ripetitività di alcune di queste foto, un particolare che le rende sempre uniche, irripetibili. E quel particolare risiede tutto nel tocco amoroso con cui qualsiasi cosa ritratta – da un casolare a un muro di cinta costruito con pietre laviche a crudo, a un paesaggio che si svela agli occhi nella sua intatta semplicità… fino a quel sentiero di basole che sarà stato battuto dalle ruote ferrate del carretto di un antico barrocciaio – viene guardata.

C’è il tocco dell’artista nel ritrarre la realtà, e questo rende il libro leggibile e sfogliabile come un lungo racconto. Tanto è vero che nella postfazione si possono leggere alcune note di commento che cercano di evidenziare lo spirito con cui l’opera è stata progettata.
Si dice , infatti, che c’è chi riesce a vedere oltre le mura di una casa. Fino a tentare di scoprirne la struttura, la sua abitabilità, le sue linee essenziali.

C’è chi, invece, riesce a vedere del bello, del semplice, dell’essenziale nelle mura di case che si presentano così, improvvisamente davanti agli occhi, in mezzo alla vastità dei campi appena arati, oppure appollaiate sulla sommità di una collina sui cui pendii si sono coltivate, con la pazienza di Giobbe, filari senza fine di viti che dovranno, di autunno in autunno, dare i loro grappoli rossi o bianchi…

C’è chi riesce, ancora, a vedere nelle povere abitazioni, messe su con la pietra lavica del tempo che fu, il segno del destino di una gente, laboriosa ma sofferente, in cui si può intravedere, però, il riscatto di intere generazioni.

C’è chi riesce, infine, a fare confronti tra una struttura, che ha caratteri architettonici fortemente identitari, abitata da povera gente e la  struttura  (anche essa particolare) di una casa abitata da gente nobile e ricca. Per poi – da tali confronti – condurre il lettore per mano a svolgere sue autonome valutazioni sul fatto che a fornire il loro necessario contributo tecnico (e, perché no, tecnologico) sono sempre gli stessi professionisti, gli stessi tipi di lavoratori: dal panettiere (u’ pannitteri) al fabbro, dallo stagnino (u’ stagnaru) al piastrellaio, fino allo scalpellino di manufatti in pietra (u’ pirriaturi).

Sebastiano Costanzo: un professionista della macchina fotografica

Tutto questo è riuscito a fare Sebastiano Costanzo, un professionista della macchina fotografica, e allo stesso tempo un amante della natura. Fin dai tempi della fanciullezza.

In fondo, a ben pensarci, l’operosità di diverse generazioni di artigiani della casa, che si esprime nei manufatti fotografati da Sebastiano Costanzo, capace di esaltarne ogni minimo particolare ( e, quindi, da esso ci fa godere la perizia di molti altri operatori ”nascosti” venendo , attraverso tale percorso,  restituiti alla memoria…), viene riguardata con una rappresentazione che si denota sempre come fortemente realistica.

Non c’è da individuare alcuna posa, non c’è da rilevare alcun atteggiamento di una visione agiografica della realtà  nella ripresa fotografica cui si dedica questo “lettore di cose antiche”.

C’è l’esigenza, invece, espressa dallo storico della vita contadina di un territorio specifico, quello etneo – quale è Sebastiano Costanzo – che vuole ( ha voluto, più correttamente) fermare immagini, con il suo obiettivo, che altrimenti non si sarebbero potute leggere, mai più.

Perché è facile distruggere o, più semplicemente, occultare i segni della nostra vita, o di quella degli altri.

Più difficile è preservare dalla distruzione quei segni che, agli occhi di molti (anzi, dei benpensanti), possono apparire (e il caso dei Sassi di Matera si presenta emblematico e, per questo, degno di essere ricordato per l’analogia che con questa vicenda si può cogliere) come segni di una condizione sociale voluta dalle classi dominanti.

E, invece, questo non può, non deve succedere.

Non può permettersi la nostra Società – se si vuole qualificare “civile”, se si vuole ispirare al valore della gentilezza – di non avere memoria della vita vissuta da intere generazioni di lavoratori della terra che hanno ricevuto dalla loro dura, durissima attività, solo l’essenziale per sopravvivere – così come i loro figli  –, mentre la ricchezza rimaneva nelle mani di pochi, dei grandi proprietari terrieri, dei latifondisti.

Sebastiano Costanzo fa parte di quella generazione che ha visto approvato dal Parlamento lo “Statuto dei lavoratori”, legge voluta, nel maggio del 1970, da Giacomo Brodolini dopo i morti di Avola del 2 dicembre del 1968.

Morti, che erano contadini siciliani, e che abitavano in quelle case che l’occhio del fotografo ha eternato in questa opera.

Ha fatto bene, quindi, Sebastiano Costanzo – in questo momento storico – a socializzare il suo archivio fotografico, costruito nel tempo. Con grande senso del dovere, e per amore della Sua gente.

L’essenza di un tempo che non c’è più 

E lo propone a noi – Donne e Uomini del nostro tempo – così come è. Nella sua pregevole essenzialità, fatta di una inaspettata sequenza di case e casette di pietra lavica, rimaste lontane da occhi indiscreti e, per questo, cariche della magia di un tempo ormai andato.

Ma il suo occhio è attento, vigile, capace di riprodurre le stesse vibrazioni da lui provate quando la sua cara, vecchia macchina fotografica veniva messa all’opera.

La sua è, quindi, un’opera straordinaria di rimembranze, di rimembranze che solo la fotografia può far diventare storiche.

E’ questo il bello di essere diventato, Sebastiano Costanzo, un raffinato “artigiano della fotografia”. Egli ha dimostrato, comunque, di avere una “marcia in più”, quella dello “storico del paesaggio siciliano”, ed etneo in particolare.

Da questo incontro/scontro (sia pure ideale) di interessi culturali che risultano mitigati dalla voglia innata – quasi genetica – di “fermare il tempo”, è venuta alla luce un’opera che vuole essere testimonianza cristiana di un mondo che non ha (avuto) voce, di quel mondo che solo il genio letterario di Verga è riuscito a riportare nella giusta dimensione, quella dei vinti che sanno di poter dire la loro a tempo debito. Senza provare alcuna vergogna.

Bene ha fatto, quindi, Sebastiano Costanzo a diventare “memoria” della nostra Società.

Per questo ci corre l’obbligo di ringraziarlo, anche perché il suo lavoro può costituire stimolo per altri “mondi”, che ad alcune sofferenze non si sono ancora volute accostare e preferiscono lasciare la loro coscienza chiusa in una delle tante cisterne che vengono riportate alla nostra memoria .

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