La spesa sanitaria pubblica italiana scende al 6,2 per cento del PIL nel 2025 e posiziona il Paese al quindicesimo posto in Europa e ultimo nel G7. Il nuovo report della Fondazione Gimbe evidenzia un divario di oltre 36 miliardi di euro rispetto alla media europea, con pesanti ricadute su liste d’attesa e rinuncia alle cure.
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Il divario economico con l’Europa
Nel 2025 l’Italia destina alla sanità appena il 6,2 per cento del PIL, segnando un calo di 0,1 punti rispetto all’anno precedente. Un dato decisamente inferiore alla media europea e OCSE, entrambe ferme al 7,1 per cento. Quattordici Paesi del continente investono di più. La Germania guida la classifica con l’11 per cento, mentre la Repubblica Slovacca precede la Penisola con il 6,4 per cento.
In termini pro-capite, lo Stato eroga 3.952 dollari per cittadino, ossia 1.013 dollari in meno rispetto al parametro medio dei Paesi europei. Tradotto in euro a parità di potere d’acquisto, il deficit sfiora i 612,4 euro ad abitante. Considerando i dati Istat, l’ammanco complessivo della spesa sanitaria pubblica nazionale raggiunge i 36,1 miliardi di euro. Una voragine accumulata in quindici anni di definanziamenti continui.
«Il sottofinanziamento pubblico della sanità – dichiara Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe – non è più una questione contabile per addetti ai lavori, ma una criticità strutturale che ha indebolito il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) e compromesso l’esigibilità di un diritto fondamentale. Alimenta tensioni politiche e mette in difficoltà tutte le Regioni, strette tra l’obbligo di garantire i Livelli Essenziali di Assistenza e quello di mantenere i conti in ordine. Ma il prezzo più alto lo pagano i cittadini: liste d’attesa fuori controllo, pronto soccorso al collasso, carenza di medici di famiglia, disuguaglianze territoriali e sociali sempre più marcate e crescente ricorso alla spesa privata. Il risultato? Impoverimento e indebitamento delle famiglie, fino alla rinuncia a esami diagnostici e visite specialistiche: un fenomeno che nel 2024 ha riguardato 5,8 milioni di persone, quasi una su dieci».
L’Italia resta in coda tra le nazioni del G7
Il confronto globale conferma una distanza oramai abissale. L’Italia rimane stabilmente il fanalino di coda tra le grandi economie del G7.
Nel 2025 la spesa pro-capite italiana equivale a meno della metà di quella tedesca, pari a 8.726 dollari. Perfino il Regno Unito, che condivide un modello a fiscalità generale, ha incrementato in modo costante le risorse destinate alla salute. Spagna, Repubblica Ceca, Slovenia e Polonia superano ormai stabilmente i parametri italiani.
I moniti dell’Unione Europea e i ritardi del PNRR
La crisi del Servizio Sanitario Nazionale supera i confini interni e accende i riflettori delle istituzioni comunitarie.
«Il campanello d’allarme – conclude il presidente – questa volta suona direttamente da Bruxelles. Nel Country Report 2026 della Commissione europea, per la prima volta, le criticità del SSN non vengono più lette solo come un problema di tutela della salute, ma vengono esplicitamente collegate anche all’equità sociale e alla produttività del Paese. Non a caso, lo scorso 10 luglio il Consiglio dell’UE ha adottato una raccomandazione formale affinché l’Italia garantisca unaccesso più tempestivo a cure economicamente accessibili e affronti le carenze di personale nelle professioni chiave. Il messaggio è inequivocabile: il deterioramento del SSN non è più solo un problema sanitario, ma ha ricadute sulla tenuta economica e sociale del Paese».
Il quadro si complica con la riforma dell’assistenza territoriale legata al PNRR. A due mesi dalla scadenza del 30 giugno 2026, mancano rendicontazioni pubbliche documentate sul funzionamento di 1.038 Case della Comunità e 307 Ospedali di Comunità. Senza dati trasparenti sull’erogazione dei servizi e sull’organico, il rischio che le nuove strutture si trasformino in scatole vuote resta concreto.
