Etna, essenza della Sicilia: commento al libro di Pina Spinella

“Etna, essenza della Sicilia” sembra un libro che ha la pretesa di raccontarci qualcosa dell’Etna che non si sa ancora. E, invece, si presenta come un testo della nostra memoria

* di Rosario Scalia

Da poco in libreria un libro singolare che i ragazzi possono leggere, meravigliandosi delle cose che vi si trovano raccontate con grande garbo e con  quella  semplicità di linguaggio che, oggi, piace ai giovani lettori.

Edito dalla casa editrice Algra (una casa editrice di nicchia squisitamente siciliana), ha un titolo particolare “Etna, essenza della Sicilia”. Nulla di più.

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Etna, essenza della Sicilia: un testo della memoria 

Sembra, quindi, un libro che ha la pretesa di raccontarci qualcosa dell’Etna che non si sa ancora. E, invece, si presenta come un testo della nostra memoria. E, come tale, può essere gustato dai “grandi”, da quei grandi che credono di sapere tutto della propria terra ma hanno dimenticato come è fatto lo spirito greco che è ancora in noi.

Etna, essenza della Sicilia: la copertina del libro
La copertina del libro “Etna, essenza della Sicilia“

Cosi si esprimeva un noto filologo tedesco che aveva intuito perfettamente l’influenza che la cultura greca continua ad esercitare sulle genti del Mediterraneo e sulla loro civiltà.

Il filologo di cui si è richiamato il pensiero ha un nome strano, si chiama Walter Friederich Otto (1874-1958). Egli ha scritto un saggio, L’immagine del divino nello specchio dello spirito greco, che è rimasto un caposaldo della analisi del mondo greco. Un mondo popolato da dei, ognuno dei quali veniva chiamato a svolgere un ruolo nella elaborazione della personalità di quel popolo. Otto ci dimostra come i miti siano in realtà autentiche “rivelazioni ontologiche”, in quanto nati non già dai sogni dell’anima ma “dalla lucida contemplazione dell’occhio spirituale spalancato sull’essere delle cose”.

E di dei, di semidei, di eroi ci racconta Pina Spinella nel suo libro rievocando storie che sono frutto della fantasia, ma che sono vissute realmente – secondo il modo di pensare  dei Greci – in un posto della Terra che qualcuno pensò di assimilare, qualche tempo dopo, all’Eden. Quel posto aveva un nome particolare, era la terra dell’Etna e dei suoi strani abitanti, i Ciclopi, mostri con un occhio solo. 

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Lo spirito greco che è in noi

Il mondo greco degli Dei, dei semiDei, degli Eroi non è assolutamente semplice. Ed è penetrando in esso che Giuseppina Spinella, Pina per i suoi lettori, per coloro che la seguono nella sua fatica letteraria, ha saputo riprendere il filo di alcune vite (che sono diventati simboli) che lo caratterizzano più di ogni altra.

Prima di essere ‘A Muntagna, prima di esser “Mongibello”, questo mistero della Natura è stato personificato in una Ninfa. Etna era considerata, infatti, figlia di Urano… e di Gea. Già, perché le ninfe non appartengono alle acque, ma anche alle terre e ai boschi. Secondo, poi, la credenza greca le sue eruzioni erano causate da un drago, Tifone, che sarebbe vissuto nelle sue profondità.

Ma altri ancora, nella mitologia greca, erano gli abitanti di quelle terre così aspre e così selvagge: tra di essi, Efesto, dio del fuoco che aveva come suoi collaboratori i Ciclopi; così come Demetra, dea delle messi, del grano e della vita da conservare a lungo. E ricordiamo a noi stessi come dalle mani robuste, nerborute di Efesto venivano forgiate nella sua fucina splendide armi, pronte a dare la morte; così come altrettanto splendide armature a difesa del corpo di chi si recava in battaglia.

Mentre Demetra aveva il suo momento di gloria, al tempo dell’estate, in maniera ciclica, ogni volta che gli Uomini ricevevano da essa il dono di poter ammirare i campi di grano ondeggiare al soffio del vento proveniente dal mare. Tra Efesto che forgia armi sempre più letali e Demetra che ama occuparsi di sfamare i suoi Figli, non corre buon sangue. Ecco perché quelle terre sono descritte come spazi di contrasto, di contraddizione insanabile.

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La mitologia sana le ferite dell’anima greca

La mitologia dei nostri antenati riesce, nonostante le contraddizioni, a conciliare il Divino con l’Umano. In fondo anche le gesta degli Umani possono essere grandi, irripetibili, frutto a volte di scelte impensabili. Agli Dei il compito di renderle eterne, di renderle conoscibili agli altri esseri umani perché costoro, a loro volta, apprendano da esse; e da esse ricevano il giusto insegnamento per condurre una vita saggia e appagante.

Ed è qui che c’è il gesto, l’intervento magnanimo degli Dei (quello che consiste nella trasformazione del” gesto di una volta” nel “gesto che rimane per sempre”…). Un esempio, per tutti.

Aci, gentile pastorello che vive lungo le spiagge del mare Jonio, muore per un atto di gelosia di Polifemo. Non è quello che di Dei e gli Uomini vogliono. Anzi, si tratta di un amore troncato con la violenza, e ciò non può essere accettato.

Aci, trasformato in fiume sotterraneo e che si congiunge al mare, diventa per sempre quella azione divina benefica che privilegia l’amore che egli nutriva nei confronti di una ninfa delle acque, di Galatea. Quell’essere per sempre suo, cioè della sua amata, appaga Aci, e quanti hanno ascoltato (e ascolteranno) la sua storia.

Ma poniamoci una domanda… E se un giorno – quello, sì, giorno veramente infausto – il fiume non scorresse più? Ecco il dilemma al quale può essere sottoposta la coscienza degli Umani: se non c’è rispetto per la Natura, il mito può morire? Sì, il mito muore per colpa degli Umani; e con esso il significato dell’amore che viene posto in salvo per volere degli Dei.

Dalla raccolta dei miti alla loro narrazione

Nel contesto della Biblioteca della Fondazione “Atene e Roma”, che si occupa di raccogliere e preservare i testi antichi, ve ne è uno che ha per me un grande valore affettivo in quanto appartenente a mio padre, raffinato bibliofilo. Mi riferisco al “Dizionario Mitologico (ovvero della favola)”, pubblicato nel 1834 a Napoli, a spese di Domenico Capasso: opera (originaria) del signor Abate Declaustre, opportunamente integrata con altre 1.200 voci tratte da altri dizionari, in particolare da quello venuto alla luce, in Milano, per la stamperia di Batelli e Fanfani.

Così che, alla fine, questo “Dizionario Mitologico” si compone di poco più di 3 mila voci; ed è articolato in 4 tomi. Ed è nel II tomo (pagine 162) che c’è la voce che qui ci interessa identificare:

Etna (a pag.144): < …celebre monte della Sicilia che getta fuoco e fiamme.  I poeti vi hanno posto la fucina di Vulcano e l’officina dei Ciclopi. Alla sommità di questo monte eravi un tempio di Giove, i fulmini del quale avevano precipitato i Giganti in quel Vulcano. Gli antichi servivansi del fuoco dell’Etna, onde presagire il futuro, poiché gettavano nella voragine dei sigilli d’oro e di argento ed ogni sorta di vittime. Se il fuoco le divorava, era presagio felice; se erano rigettate, era funesto>.

Un dizionario mitologico, quindi, utile per la sistematicità assicurata a termini e a nomi; ma, naturalmente, poco utile per “creare le storie”. Le storie che abbiano un senso, una loro comprensibilità.

Ed è qui che viene in soccorso di chi vuole scrivere di queste storie, la sua capacità umana di “rileggere” i termini che compaiono in una “voce” e di “collegarli” a quelle presenti in altre “voci”. Il tutto opportunamente “condito” con i caratteri inconfondibili della fantasia e della illuminazione poetica. Dei tanti “miti” che sono stati narrati nell’area dell’Etna, Pina Spinella ne ha voluti, questa volta, raccontare alcuni.

La montagna: il suo significato nella mitologia greca

“Etna, essenza della Sicilia”, così il titolo dato dall’Autrice alla sua opera. Forse e senza forse, a voler riprendere gli studi filologici su pensiero greco fatti da Mario Untersteiner (nel suo famoso saggio “La fisiologia del mito”,1946), il titolo potrebbe essere ancora più pertinente per una semplice ragione, che noi, Umani del nostro tempo, abbiamo dimenticato: l’Etna, prima di essere una Montagna, è la sede preferita dalle divinità…

E’ la sede del “boss” degli dei greci, di Giove. Tanto da avere avuto costui, nei tempi del mito, l’appellativo di “etneo”. Se l’Etna è la sede di dei, non ci potrebbe essere stato luogo, in Sicilia, capace di generare i tanti miti che quel territorio ha effettivamente generato. Miti, comunque, che rimangono legati indissolubilmente a quel territorio, e al fascino unico che quel territorio esercitò per secoli sullo spirito degli Elleni.

A ben rifletterci la religiosità degli Elleni è stata influenzata fortemente dalla Natura. Natura alla quale si dovevano, secondo la religione ellenica, rispetto e venerazione. Perché nella Natura si attua, si invera il mistero dell’eterno ritorno ciclico di nascita, morte e resurrezione.

Non possiamo dimenticare come la somma divinità dei Carii (un popolo la cui civiltà fu antecedente a quella degli Elleni) sia stata “la grande Madre”, un grande essere femminile (da cui derivò il culto di Mitra).

C’è da mettere in evidenza, quindi, la forte somiglianza fra la potenza creatrice della Donna e la potenza creatrice della Natura, specialmente della terra. Così da apparire ovvio il parallelismo tra il culto che si ha della Donna e il culto della Terra. Se i Greci veneravano la Terra, era la Donna ad essere venerata.

La grande dea dei Carii, e quindi di tutta la civiltà indo-mediterranea, è una potenza ctonica. <Questo carattere della religione pre-ellenica costringe ad ammettere, almeno per il continente, l’esistenza di un ”culto dei monti”, come è provato dalla figura di Kronos, padre dei monti; allo stesso modo che Cibele (forma asiatica della Grande Madre) ne era la madre> ( M. Untersteiner,op.cit., pag.32).

Complementare a questa “religione dei monti” doveva essere la rappresentazione di un oltretomba situato sulle loro vette, forse là dove la selva era più boscosa e fitta. <Nella montagna, nella pietra, cioè, sta nascosta, secondo questa concezione, l’energia creatrice>. In tal modo, la Grande Dea valeva come “il nume della grotta”, dove costante di manifestava il suo culto.

Da qui la diffusione del potere oracolare della divina potenza. La Dea (cioè la Grande Madre) che è la Natura stessa conosce se stessa meglio di qualsiasi altro essere e può, quindi, rivelare agli Uomini ciò che è nascosto…   

Tutto torna… la Montagna alta più di ogni altro monte. La sua personificazione

Quando i primi coloni greci sbarcarono in Sicilia, la prima cosa meravigliosa che, da lontano, sulle loro piccole barche, comparve ai loro occhi fu un grande monte, sormontato da un pennacchio di fumo che si perdeva nel cielo azzurro come il mare.

E che dire della visione notturna che ebbero  della lava che ,come lingue di fuoco, segnava i fianchi della  Montagna ,nera nel buio della notte? E, al contempo, zampilli di fuoco ardente che schizzavano fino all’alto nei cieli… E il tremore della terra all’unisono dei sordi boati che annunciavano altre eruzioni.

Cosa c’è di più divino in questa manifestazione naturale, a prima vista espressione di una collera nascosta .Ma segno tangibile del dono della fertilità. Un pensiero questo che sembra percorrere, come un filo rosso, i secoli.

Tanto che uno dei suoi più appassionati visitatori della Sicilia, provenendo dalle terre di Francia, avrà modo di scrivere, agli inizi dell’800, pagine di una bellezza inaudita.

<L’Etna non deve… essere vista – rileva il marchese di Foresta (in “Lettres sur la Sicile”…Lettre IX,1805) come un grande castigo della Natura; essa è invece un mezzo con cui questa si serve per far salire dalle sue profondità e spandere sulla superficie terrestre i diversi elementi che rigenerano il terreno rendendolo più fertile e produttivo> (F. Calì, L’Etna e la sua poesia, Annali della Facoltà di economia e commercio XXX,1985).

L’Etna – scrive sempre  il marchese di Foresta – è l’immagine della giovinezza del mondo: tutto vi cela una natura nuova e forte. Questo appassionato viaggiatore francese ha modo di esprimersi così, a conferma della sua icastica espressione: <Nulla è paragonabile alla ricchezza delle loro messi; all’abbondanza delle loro vendemmie, al sapore, alla precocità dei loro frutti, al numero e alla bellezza delle loro greggi, alla meravigliosa varietà delle produzioni di questo nuovo Eden>. 

La Montagna è quindi parte essenziale della Natura, dei cui piani spesso gli Uomini non riescono a rendersi conto, perché guardano solo al presente ,perché antepongono gli interessi particolari e contingenti all’interesse generale della Vita sulla Terra.

Come Umani siamo riusciti a rivedere il passato, allo stesso modo come lo hanno visto gli Elleni. Come Umani abbiamo visto al presente le impressioni suscitate dalla Natura dell’Etna nell’animo di un viaggiatore francese dell’800. Come Umani dobbiamo riconoscere nella scrittura dell’Autrice del libro le sue capacità di rigenerazione di una idea del mondo, di una Montagna, habitat di Dei, di semiDei, di super Eroi.

Eventi di vita vissuta ,tra tradizione orale degli eventi e poesia diventata universale. Il passaggio dal mythos al logos si è realizzato ancora una volta. Per opera di una Donna che ha voluto offrire alle giovani menti il dono della rigenerazione.

Un progetto culturale da coltivare

Se fossi Walt Disney, verrei in Sicilia per dare la giusta animazione alle favole dei tempi dei Greci. Ma non è più possibile.

Se fossi Pina Spinella, continuerei a scrivere del mondo antico, dei suoi miti, dei suoi Dei che sono, alla fin fine, i nostri. Questo sarà possibile. Se il tutto si inscrive in un contesto culturale di più ampio respiro.

Le sue sono storie che vengono da lontano. Storie più o meno fantastiche che sono e rimangono attuali in quanto costituiscono l’essenza stessa della nostra memoria. Si tratta, naturalmente, di una memoria diversa dalla solita, da quella con la quale ci siamo abituati a convivere, quella “a breve”.

La memoria della nostra vita.

Giuseppina Spinella, invece, va oltre… richiama la memoria dei nostri antenati, degli Elleni. Antenati che amavano dare le spiegazioni più strane ai fenomeni naturali ai quali assistevano. Così che la Natura assumeva volti, sembianze, passioni divine o quasi divine.

Al popolo greco, più che ad ogni altro popolo, la Natura ha parlato agli Uomini attraverso le forme della “divinità”. Perché la Natura è divina; e noi dovremmo esserne i Custodi. Da allora un pò di quella “grecità” riaffiora, e ci lambisce.

Allo spirito greco non potremo mai sottrarci perché è lo spirito più umano che  si sia mai sviluppato tra noi. Umano, in quanto capace di darci sue opere poetiche uniche al mondo: l’Iliade e l’Odissea.

In questi due poemi ritroviamo l’intreccio di esistenze divine e di esistenze umane. Qui, il mito diventato logos per assumere le fattezze della vita vissuta, della vita combattuta, della vita cessata, così come  anche della vita donata.

Gli Uomini greci si sono dimostrati sempre disponibili a rendere partecipi della loro vita le Divinità; e, se esse sono tante, è perché ognuna di esse assolve a una esigenza specifica dello spirito umano.

Esse riempiono la vita umana, dalla nascita alla morte e oltre. E ne costituiscono parametro insostituibile per valutarne la consistenza, la bontà, l’affidabilità, l’essenzialità di ciascuna di esse.

I miti, in tal modo, sono tanti. Bisogna saperli scegliere perché tutti pieni di quel fascino che li lega alla Natura, manifestazione tangibile dei conati della Creazione e di cui siamo diventati partecipi vivendola.

La creazione allora non è solo una credenza, cioè un atto di fede; essa si incarna in ogni cosa creata, la quale diventa spirito vivente. Tutte le volte che una intelligenza sa scoprirne la sua identità. 

* Vice Presidente della Fondazione “Atene e Roma”

Articolo aggiornato in data 8 Settembre 2022
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