Vicky Wen, dal business in Asia al romanzo d’esordio. L’intervista

Vicky Wen è romano, ha un canale Youtube con circa 10.000 iscritti. Recentemente è uscito il romanzo intitolato "Samsara", ambientato in Cambogia. La vita dell'autore - quella vera - sembra uscita da un libro perché la voglia di scoprire il mondo l’ha portato a lavorare in Cina, Cambogia e Thailandia

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Vicky Wen

Vicky Wen è un tipo fuori dagli schemi. Dalla vita scandita dalla routine del tragitto casa-lavoro, del posto fisso stile Checco Zalone, dalla missione tipica italiana di sperare di raggiungere una pensione con almeno quattro zero. Vicky Wen è romano, ha da poco scritto un romanzo intitolato Samsara (ambientato in Cambogia) e la sua vita – quella vera – sembra uscita da un libro perché la voglia di scoprire il mondo l’ha portato a lavorare in Cina, Cambogia e Thailandia.

L’autore di Samsara, un business man che conosce l’Asia nel profondo, è anche uno youtuber. Il suo canale ha quasi 10.000 iscritti, l’ha intitolato “Lo chiamavano Vicky Wen”. «Ma YouTube è solo un hobby», ci ha detto andando dritto al punto. Vicky Wen lo abbiamo contatto per parlare della sua esperienza fuori dai confini dell’Italia e del suo romanzo d’esordio.   

Vicky Wen, l’autore del romanzo Samsara

Vicky Wen, come è iniziata la tua avventura all’estero? 

«Non è stata casuale, l’ho cercata e voluta con tutte le mie forze. Non avevo né i soldi per partire né una cosa da andare a fare, quindi cercai attivamente di coinvolgere altre persone. Lo feci diventare un mantra: tutti sapevano che io cercavo un’occasione per espatriare e per cominciare una nuova vita.

Alla fine convinsi un mio cliente che vivevamo la congiuntura storica giusta per cominciare ad importare elettronica dalla Cina. Lui aveva i soldi e i canali di vendita, io l’audacia e la voglia di esplorare il mercato. Un giorno mi fece un biglietto e io partii per Shenzhen così, senza pensare, con una valigia, un portatile, una macchinetta fotografica e cinquecento euro in tasca. Non ci ero mai stato prima…».

Quanti anni hai vissuto lontano dall’Italia? E cosa hai fatto per vivere? 

«Partii nel 2006. Inizialmente abbiamo importato chiavette USB, mp3, mp4 e altre piccole cineserie elettroniche. Fu dura, all’inizio. Io non avevo esperienza e la Cina non è un paese facile dove stare, se non conosci la lingua e non ti sai orientare. Poi, quando avremmo dovuto cominciare a fare sul serio, successero alcuni eventi spiacevoli a seguito dei quali io mi misi in proprio, aprii una mia società ad Hong Kong e mi conquistai la fiducia di alcuni buoni clienti.

Da lì in poi, negli anni successivi e fino al 2018, abbiamo importato telefonia dual sim e poi anche materie prime, destinate sia all’Europa che al Sud America.
Tecnicamente, in Cina io facevo il buyer: esploravo il mercato alla ricerca di nuovi prodotti, prendevo contatti con i fornitori, supervisionavo la qualità e mi occupavo delle spedizioni. I miei clienti importavano in Europa e vendevano.Nel frattempo, siccome non so stare fermo, aprivo ristoranti o piccoli alberghi in varie parti del Sud Est asiatico, tra cui Cambogia e Thailandia».

Come è visto l’italiano che fa business in Asia?

«Beh, dipende. L’Asia è grande, è difficile generalizzare. In Cina siamo visti come esempi dai quali imparare perché, come occidentali, abbiamo portato know-how e denari per molti decenni. Gli abbiamo insegnato come si fanno i soldi. Nel Sud-Est asiatico invece è un po’ diverso, c’è più nazionalismo e, per esempio, la parola “farang” (che in thailandese significa “straniero”) è considerata dispregiativa. Parliamoci chiaro, i thailandesi ci vedono come polli da spennare, i cinesi come ottimi clienti cui stendere un tappeto rosso. Bisogna districarsi tra i due estremi e cercare di capire con chi si ha a che fare».

Pregi e difetti di ogni nazione dove hai lavorato?

«La Cina è l’ambiente perfetto per fare business. Ci sono grandi città efficienti, persone serie e disponibili ed enormi opportunità di lavoro supportate da infrastrutture di livello, sia in termini di logistica che di software. Tutto sembra creato per stimolare la competizione e per lasciare la completa libertà di azione. Se si fa quello, in Cina si sta veramente bene. D’altronde è necessario imparare un po’ la lingua e purtroppo non è facile trovare cibi importati. Bisogna crearsi nuove abitudini.

La Thailandia è l’opposto: un ambiente ostile per il lavoro ma estremamente accogliente per il divertimento. La consiglierei più per una vacanza che per un investimento, ma alla fine io stesso ci ho investito ed ho aiutato i miei clienti a farlo. Per tre anni, infatti, ho gestito un’agenzia di visti, permessi di lavoro e pratiche amministrative rivolta agli stranieri a Phuket.

La Cambogia è un posto unico al mondo. Fare business in Cambogia è una cosa folle ma, almeno ai miei tempi, tutto era favorevole: il visto si rinnovava addirittura al supermercato e i prezzi erano più che abbordabili. Il problema era la delinquenza, che ahimè impestava le strade di Sihanoukville, dove avevo aperto la mia Guesthouse nel 2010».

Il canale Youtube “Lo chiamavano Vicky Wen”, la Tuberadio (e i social in generale) quanto sono stati importanti per mantenere un legame per l’Italia? Si possono definire solo hobby?

«Assolutamente sì, sono solo hobby. Purtroppo non si riesce a guadagnare nulla direttamente con i social. L’unico modo per monetizzare la presenza online è avere dei prodotti da vendere, meglio se creati da noi, come un libro, un videocorso o altro.
Da una parte, fare video è divertente e dà anche qualche soddisfazione. Ti permette di esprimere pubblicamente le tue avventure e, ogni tanto, le tue opinioni. Senti perfino di essere utile a qualcuno, quando la tua esperienza di vita in qualche modo aiuta gli altri ad interpretare meglio gli eventi politici che avvengono in posti lontani. Quando fai sognare la gente con i magnifici posti tropicali dove hai la fortuna di vivere.

Dall’altra senti che tutto il tempo che dedichi con passione a questa attività non è remunerato in alcun modo. Immagina che per realizzare un video ci possono volere interi giorni di lavoro (da quando cominci a girare le immagini fino a quando completi il montaggio con le musiche) e in cambio ricevi un paio di dollari quando ti va bene! Per non parlare dei soldi che spendi per l’attrezzatura e per le gite. Per mantenere un legame con l’Italia, invece, i social sono stati fondamentali, e questa è l’unica ragione che mi ha spinto a continuare negli anni».

Cosa spinge un business man a scrivere un romanzo?

«Non saprei, non l’ho scritto in qualità di business man. Voglio dire, non è né un’autobiografia né un manuale per fare soldi in Asia. Non è scritto da un business-man, è scritto da un viaggiatore. Se devo essere sincero, era da tempo che i miei followers (e anche i miei amici) mi chiedevano di scrivere un’autobiografia. Io però sono restio ad entrare nei dettagli privati della mia vita. La mia storia è pubblica, sta su YouTube e direi che è sufficiente.

In fondo non sono proprio nessuno e comunque ho ancora tanta strada da fare. Però non posso negare che le mie singolari esperienze di vita erano particolari e quindi mi offrivano un’ottima base da cui partire per ricamare una storia di fantasia. E questo ho fatto. Non la definirei un’operazione commerciale: ho cercato di scrivere una storia divertente ma profonda, ho dato grande spessore ai miei personaggi e l’ambientazione mi ha offerto lo spunto per parlare dell’Asia, delle religioni asiatiche e della storia della Cambogia. C’è anche un certo tocco di esoterismo legato alle religioni orientali e io mi sono divertito un mondo a scriverlo!».

Da dove nasce il titolo “Samsara”? 

La copertina del libro

«Samsara è un termine sanscrito legato all’Induismo e al Buddhismo e descrive il ciclo della vita e della morte. Per estensione, generalmente è riferito a quello che potremmo definire il “balletto cosmico delle esistenze”, la parte caotica ma anche perfetta e inesorabile del creato. Ecco, io credo che la Cambogia dei miei anni (adesso è parecchio cambiata) fosse l’incarnazione stessa del Samsara. Il libro è tutto incentrato sulla dualità e sul contrasto tra gli opposti.

I personaggi e il modo in cui si incastrano gli eventi sono la descrizione di una perenne opposizione tra la luce e l’ombra. L’indecisione è uno dei temi centrali, l’oscillazione indecidibile tra gli opposti. Il paese stesso, abitato nello stesso tempo dai monaci Theravada e dai mafiosi, gli assassini e i mercenari, sembrava rappresentare il Tao nella sua forma concreta. Io spero di aver rappresentato non solo in superficie, ma anche nelle oscure profondità dei comportamenti delle persone, questo concetto».

Quanto c’è di “vissuto” nelle pagine della tua opera?

«Allora, gli eventi sono tutti di pura fantasia. Quindi di primo acchito risponderei: niente. Se invece per “vissuto” intendi “vissuto psicologico”, esperienza, allora moltissimo. Come dico nella breve prefazione, questo libro racconta una storia che si sarebbe svolta esattamente così, parola per parola, evento per evento, se si fosse veramente verificato l’antefatto fantasioso che racconto nelle prime pagine. Per dirla con gli antichi filosofi, è una storia “in potenza”. Non è accaduta ma, se ci fossero state le condizioni, sarebbe accaduta proprio così. Anche perché tutti i personaggi sono ispirati alle persone vere che furono i miei compagni di viaggio di quell’avventura, quindi è facile per me immaginare come si sarebbero comportati». 

A quale personaggio del romanzo sei più legato?

«Come ho detto, tutti i personaggi del libro sono ispirati a persone vere. E tra queste, quella con la quale sviluppai un legame di profonda amicizia è Chris. Chris è un po’ l’ago della bilancia del libro. E lo fu anche della mia vita. Non ne è il motore, perché il fattaccio iniziale, nella storia, lo combinano altri; ma ne diventerà il giudice. Chris, quello vero, era veramente un uomo incredibile. Un italiano colto ma profondamente irrequieto che viveva in una specie di eremo in Cambogia. Anche lui, come tutti noi che vivemmo quegli anni, era l’incarnazione perfetta della compenetrazione degli opposti. Vivevamo e morivamo tutti nel Samsara, nella Cambogia del 2010.

Il libro, comunque, è pieno di personaggi. C’è Luna, la mafiosa russa. Il Colonnello, ex Khmer rosso (del regime di Pol Pot), avido proprietario di terre e depositario dei segreti oscuri del passato. C’è Arthur, un ricco affarista belga. C’è Rachany, la giovane cambogiana prostituta, poi ci sono Andy e Malis, c’è Prak, Nat e davvero molti altri.

Lasciami dire una cosa per finire: c’è anche il personaggio “Vicky” ma non è il protagonista. Volevo che la storia fosse credibile e Vicky, nel 2010, era appena arrivato e certamente non avrebbe potuto prendere in mano una situazione così complessa. Quindi sì, Vicky c’è ma è un personaggio minore che ha lo scopo principale di raccontare gli eventi e di aiutare il lettore ad interpretarli. Lui è solo travolto dagli eventi, non ne è responsabile».

Quanto tempo ci hai messo a scrivere il libro?

«Circa sei mesi. Ho cominciato con un progetto di base, l’ho scritto per intero quasi di getto, poi l’ho fatto leggere a due amici. Con i loro tempi, ovviamente. Quando sono arrivati i loro preziosi feedback ho proceduto ad una serie di revisioni, poi all’editing ed infine alla pubblicazione». 

Come stanno andando le vendite di Samsara?

«Bene, ma potrebbero andare meglio. Purtroppo ho lanciato il libro in piena pandemia, ma non potevo farci niente. Non potevo prevedere quello che sarebbe successo. Addirittura il cartaceo non è stato disponibile per alcuni giorni in alcune zone, perché Amazon dava la priorità alle spedizioni dei beni di prima necessità. Ora sembra tornato disponibile dappertutto ma in questo momento (aprile 2020) ci sono dei pesanti rallentamenti nelle consegne. In più, molte persone vivono difficoltà economiche in questo periodo, quindi gli acquisti secondari vengono rimandati.

Tuttavia chi può lo sta acquistando e mi stanno arrivando degli ottimi feedback; questo, davvero, mi riempie di gioia. Perché nella letteratura non è lo scrittore che si arricchisce, ma il lettore».

Stai già pensando ad un seguito?

«Certo. In realtà era addirittura programmato. Il libro nasce come il primo volume della trilogia “C’era una volta in Cambogia”, per cui ho già abbastanza idee per i successivi due volumi. Il progetto va inteso come se fosse una serie televisiva: Samsara è la prima stagione della serie “C’era una volta in Cambogia”. Il libro è autoconclusivo, la storia finisce, però “apre” ad un seguito. Seguito che non mi sento ancora di garantire: dipenderà da molti fattori, come la disponibilità di tempo e la richiesta del pubblico».

Titolo del libro: Samsara 

  • Autore: Vicky Wen
  • Genere: Romanzi
  • Anno di pubblicazione: 2020
  • In vendita su Amazon
  • Prezzo: 19,75 euro (formato Kindle 9,99 euro)