mercoledì 24 Luglio 2024

Prodotti dealcolizzati, Coldiretti e Fivi: «Non chiamateli vino»

La proposta del Consiglio UE di poter commercializzare vini dealcolati ha generato le proteste di numerose associazioni. Per avere prodotti a un basso contenuto alcolico, ci spiega in un'intervista la presidente Fivi, Matilde Poggi, si deve seguire un'altra strada

Bruxelles minaccia il “nettare degli dei”. Infatti, come riporta il Sole 24Ore, una proposta emersa durante il Consiglio dei ministri agricoli Ue prevede la possibilità di produrre vino eliminando parzialmente o totalmente l’alcol, dando vita a prodotti dealcolizzati. Una proposta che va ad aggiungersi a quella sull’etichettatura di allarme contenuta nel “Europe’s Beating Cancer Plan”, il piano d’azione per la lotta al cancro. In quel caso si considerava il consumo di alcol come nocivo a prescindere dalle quantità consumate. 

Ora, quindi, prevedere la possibilità di commercializzare vino dealcolizzato è un nuovo attacco a uno dei prodotti più importanti del Made in Italy. Una proposta fortemente criticata da numerose associazioni. A cominciare dalla Coldiretti, che già precedentemente aveva espresso il suo dissenso contro l’etichettatura Nutriscore. Secondo l’associazione, infatti, la tutela della salute è un obiettivo lodevole da perseguire, ma «non può tradursi in decisioni semplicistiche che rischiano di criminalizzare ingiustamente singoli prodotti indipendentemente dalle quantità consumate».

Prodotti dealcolizzati, una proposta del Consiglio Ue prevede la possibilità di vendere vino senz'alcol
(Photo by Maksym Kaharlytskyi on Unsplash)

No alcol? No vino!

Inoltre ricorda come «una corretta alimentazione non può prescindere dalla realtà produttiva storica e culturale locale che si è consolidata nei secoli e custodita nel tempo da generazioni di agricoltori. Per questo non può essere permesso di chiamare ancora vino un prodotto – sottolinea la Coldiretti – in cui sono state del tutto compromesse le caratteristiche di naturalità per effetto di trattamento invasivo che interviene nel secolare processo di trasformazione dell’uva in mosto e quindi in vino. Un inganno legalizzato per i consumatori che si ritrovano a pagare l’acqua come il vino».

Introdurre nuove pratiche enologiche che portino a dei prodotti dealcolizzati parzialmente o totalmente, avverte il presidente di Coldiretti Ettore Prandini, rappresenta un grosso rischio. Sarebbe, infatti, «un precedente pericolosissimo che metterebbe fortemente a rischio l’identità del vino italiano e europeo, anche perché la definizione “naturale” e legale del vino vigente in Europa prevede il divieto di aggiungere acqua».

Abbassare naturalmente la gradazione alcolica

Sulla stessa linea dell’associazione degli agricoltori anche Matilde Poggi, presidente della Fivi (Federazione italiana vignaioli indipendenti). In merito alla proposta di mettere in commercio prodotti dealcolizzati, spiega in un’intervista rilasciata a Stampa Italiana, «non è la prima volta che si sente parlare di questo argomento». Tuttavia, aggiunge, «è una cosa a cui la Fivi e i vignaioli che rappresentiamo non sono assolutamente interessati. Siamo contrari all’introduzione di queste pratiche. Soprattutto, se questa proposta passerà, saremo molto fermi nel chiedere che questi prodotti non vengano chiamati vino».

La presidente Poggi, ricorda cosa ha portato alla formulazione della proposta.

La presidente Fivi, Matilde Poggi
La presidente della Fivi, Matilde Poggi

Una motivazione che ha a che fare con i cambiamenti a cui stiamo assistendo negli ultimi anni. «Con questo andamento climatico che stiamo fronteggiando e che viviamo, si è assistito a un innalzamento del grado alcolico di certi vini. I prodotti con gradazione alcolica elevata sono apprezzati, però c’è anche una parte di consumatori che chiede vini con gradazioni abbastanza contenute. Parliamo di non più di 12 gradi e mezzo. Quindi la dealcolizzazione parziale permette di assestarsi su questi numeri anche per vini che normalmente partirebbero su gradazioni molto più elevate».

Si tratta, però, di tecniche enologiche molto invasive. E, inoltre, in caso di dealcolizzazione totale, danno vita a un prodotto «che non ha niente a che vedere col vino». Quella da percorrere, conclude Matilde Poggi, è «una strada di viticoltura che permetta di non arrivare alla vendemmia con gradazioni alcoliche troppo elevate. Invece di andare verso tecniche enologiche così invasive, preferiamo lavorare nella nostra vigna. Quindi avere delle pratiche viticole che permettano di non eccedere esageratamente con gli alcoli. Arrivare comunque ad avere un’uva fenolicamente matura, ma non con una gradazione alcolica così elevata».

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