Pizza, per la CNA è diventato il piatto nazionale per antonomasia

Uno studio analizza tutte le attività che la producono e/o distribuiscono. Ne emerge che la pizza è ormai diventato un simbolo del Made in Italy gastronomico

Articolo aggiornato in data 10 Luglio 2022

La pizza, se ci fosse ancora qualche dubbio, è uno dei piatti simbolo del nostro Paese. E, negli ultimi tempi, è salita agli onori delle cronache per le polemiche tra Flavio Briatore e i pizzaioli napoletani.  Stavolta, però, si parla della sua “salute”. Anche la pizza, infatti, non è uscita dalla pandemia come ci era entrata. Si è ancora più “nazionalizzata”, questo è certo (nonostante le sfide lanciate da Oltreoceano). Ma non è l’unico cambiamento. 

È un po’ tutto il mondo delle attività italiane legate alla pizza (nelle sue diverse modalità) che esce mutato dai due anni di pandemia. Sia pure in maniera difforme da una regione all’altra e tra un’attività di riferimento e l’altra. A rilevarlo una indagine di CNA Agroalimentare.

Pizza e pizzerie: uno studio di settore

Lo studio analizza tutte le attività che producono e/o distribuiscono pizza: panetterie, gastronomie pizzerie, rosticcerie pizzerie, pizzerie da asporto, bar pizzerie, ristoranti pizzeria. Una indagine dalla quale emerge prima di tutto che la pizza è ormai diventato un simbolo del Made in Italy gastronomico, riducendo i suoi connotati regionali a favore di una caratterizzazione produttiva nazionale.

L’indagine targata CNA Agroalimentare rivela che tra il 2019 e il 2021 le attività inerenti alla pizza sono calate del 4,2 per cento, vale a dire di 5.366 unità, scendendo nel complesso a quota 121.529. La regione che ha subito il più brusco arretramento è stata la Campania, che ha perso il 41,1 per cento delle attività, 7.173 in numero assoluto, precipitando a 10.263 pizzerie. 

pizza

I numeri dello studio

Il calo ha coinvolto perlopiù le regioni centro-meridionali. Ecco le regioni che seguono la Campania. Troviamo, nell’ordine, il Lazio (-34,8 per cento), l’Abruzzo (-28,4 per cento), la Sicilia (-14,8 per cento), l’Umbria (-13 per cento). All’opposto la Basilicata (+102,6 per cento), la Val d’Aosta (+75 per cento), il Friuli Venezia Giulia (+59,8 per cento), il Trentino Alto Adige (+39,5 per cento). 

Ma a sbalordire è la crescita in termini assoluti nelle più grandi regioni settentrionali. La Lombardia, che incrementa complessivamente il numero delle attività legate al mondo della pizza di 3.489 unità (+24,6 per cento), tocca quota 17.660 attività e scalza la Campania dal gradino più alto del podio. Rimarchevoli anche gli aumenti di Emilia Romagna (+ 1.496 attività), Veneto (+ 1.268 attività), Piemonte (+ 1.148 attività).

Quanto alla densità per abitante, a capeggiare la graduatoria delle regioni è la Basilicata (un’attività ogni 206,3 residenti), seguita da Calabria (un’attività ogni 249,2 residenti) e Molise (un’attività ogni 263,9 residenti). Quindi, nell’ordine, Abruzzo, Valle d’Aosta, Marche, Toscana, Puglia, Sicilia, Liguria, Umbria, Emilia Romagna, Trentino-Alto Adige, Campania, Lombardia, Piemonte, Veneto, Lazio e, fanalino di coda, Friuli Venezia Giulia con un’attività ogni 694,5 abitanti, ben lontana dalla media nazionale di un’attività ogni 485,3 residenti.

Asporto o consumo sul posto? 

L’indagine condotta da CNA Agroalimentare si focalizza in particolare su due attività: le pizzerie da asporto e i ristoranti pizzeria. Ne viene fuori la fotografia di un Paese che, complice la pandemia, ha profondamente modificato molte abitudini, anche alimentari. I ristoranti pizzeria tra il 2019 e il 2021 sono calati di 87 unità, scendendo da 39.989 a 39.902, ma registrando autentici crolli, tra le principali regioni, in Campania (1.376 in meno, pari al -28,2 per cento) e nel Lazio (744 in meno, vale a dire il -23,42 per cento) e balzi in Trentino Alto Adige (935 inaugurazioni ossia il +239,13 per cento), Emilia Romagna (1012 aperture pari al +48,37 per cento), Veneto (508 inaugurazioni, +28,56 per cento), Lombardia (636 aperture, +12,45 per cento). 

Una crescita che ha permesso alla Lombardia di consolidare il primato nella graduatoria dei ristoranti pizzeria con 5.744 attività, davanti alla Campania con 3.503, tallonata dalla Toscana con 3.497. «Un incremento notevole – sottolinea CNA Agroalimentare – si è al contrario registrato tra le pizzerie da asporto, favorite dalle restrizioni sanitarie e dal lavoro da remoto, che costringevano in casa». 

pizza, un forno a legna
Un forno a legna per cucinare la pizza

Trionfano Basilicata e Lombardia

Tra il 2019 e il 2021 le pizzerie da asporto sono salite del 38 per cento. Vale a dire di 5.367 unità arrivando a 19.669 attività complessive. In termini relativi è la Basilicata ad aver fatto il botto, come si dice, segnando una crescita del 2.088 per cento. Ma sono le 2.348 (+151 per cento) inaugurazioni di pizzerie da asporto in Lombardia ad aver segnato la differenza. Significative pure le 1.109 (+175 per cento) aperture in Emilia Romagna e le 656 (+98 per cento) in Sardegna. 

Anche per le pizzerie da asporto, però, la tendenza negativa delle regioni centro-meridionali non s’inverte. In Calabria le attività in servizio registrano un -32 per cento. Seguono Campania e Lazio rispettivamente con un -12 e un -9 per cento. Nonostante l’arretramento, però, tra le pizzerie da asporto la Campania continua a primeggiare con 1.849 attività, seguita da Lombardia con 1.559 e Sicilia con 1.552.