Il mistero di Paleodictyon trova una risposta dopo 530 milioni di anni. Una ricerca internazionale dimostra che la struttura a maglie esagonali visibile sui fondali marini di tutto il Pianeta non è opera di spugne o amebe. L’architetto di queste gallerie fossili è in realtà un piccolo artropode, imparentato con gli attuali porcellini di terra.
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L’identikit del crostaceo e i fossili in Portogallo
Lo studio internazionale, guidato dal paleontologo Andrea Baucon e pubblicato sulla rivista Earth-Science Reviews, ha analizzato le gallerie presenti sulla Dorsale Medio-Atlantica a 3.500 metri di profondità. Disegnato in passato persino da Leonardo da Vinci, l’enigma ha resistito a lungo. «Paleodictyon è uno dei casi irrisolti più longevi della paleontologia», dice Baucon. La svolta è arrivata in una cava del nord del Portogallo, dove il team ha individuato un esemplare risalente a oltre mezzo miliardo di anni fa. «Quelle gallerie sono state scavate 460 milioni di anni prima del T. rex», dice Neto de Carvalho. «E qualcosa continua a scavarle ancora oggi, a migliaia di metri di profondità, nel buio totale».
I rilievi biometrici e le tracce sugli Appennini
I ricercatori si sono concentrati sulla struttura tridimensionale dei tunnel. «È una firma senza autore», dice Lo Russo. «Non potendo vedere l’animale, abbiamo deciso di far parlare la geometria di Paleodictyon». Per farlo hanno misurato 1.314 punti sulle gallerie fossili conservate al Museo di Storia Naturale di Piacenza. I calcoli confermano la presenza di una precisione architettonica millimetrica. «In una stessa cella, i sei lati differiscono in media di mezzo millimetro: una geometria molto vicina a quella di un esagono regolare», dice Meloni.
I condotti presentano profili rettilinei e angoli netti. Un’evidenza fisica ben precisa. «È il modo di scavare degli artropodi, che grattano il sedimento con zampe articolate, sostenuti da un esoscheletro rigido», dice Uchman. Per raccogliere le prove, l’equipe ha setacciato rilievi montuosi emersi dall’oceano. «Abbiamo passato giornate in ginocchio sull’Appennino e sulle Alpi, a caccia di tracce minuscole», racconta Guerrini. La storia geologica spiega il legame tra le vette e gli abissi attuali. «Chi passeggia sull’Appennino cammina su un antico fondale oceanico sollevato e coinvolto nella formazione di quella catena montuosa», aggiunge Piazza. «Quelle rocce si sono depositate nello stesso ambiente in cui oggi i robot filmano Paleodictyon».

Una rete sociale negli abissi
Sino ad oggi la teoria prevalente ipotizzava che la rete servisse per coltivare i batteri necessari al nutrimento. Il nuovo lavoro teorizza invece un utilizzo sociale del reticolo. «La maglia esagonale potrebbe funzionare come rete di comunicazione di una colonia, lungo la quale propagare segnali chimici, idraulici o acustici», dice Barucci.
L’indagine scientifica chiude un dibattito storico. «Per cinquecento anni gli scienziati hanno guardato questo “disegno” senza sapere chi lo firmasse», conclude Moreira. «Ora sappiamo che aspetto ha l’autore».
