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Lavoratrici e lavoratori dell’azienda bolognese La Perla vogliono far valere le proprie ragioni. Da tre mesi, infatti, sono senza stipendio. Di questo caso si è parlato nel corso di una conferenza stampa alla Camera dei Deputati, “i fondi che affondano il nostro made in Italy”.
Presenti la deputata del Movimento 5 Stelle, Stefania Ascari, le sindacaliste Stefania Pisani (Filctem-Cgil) e Mariangela Occhiali (Uiltec e Uil Bologna) in rappresentanza delle lavoratrici dell’azienda e Michela Montevecchi, già senatrice M5S e coordinatrice provinciale del Movimento a Bologna.
La Perla, trovare una soluzione per la storica azienda
Come ricorda l’On. Ascari, «La Perla nasce nel territorio italiano, precisamente a Bologna, ed è un dovere tutelarla. Anche perché qui ci sono in gioco 334 lavoratrici e lavoratori. Parliamo di una sartoria di eccellenza. Parliamo di professionalità uniche nel settore, che hanno avuto la possibilità di farci riconoscere a livello internazionale. Quindi il ministero, che tra l’altro porta il nome del made in Italy, ha il dovere prima di tutto di ascoltarle, di sedersi a un tavolo e di trovare una soluzione. Perché è inaccettabile che queste lavoratrici siano schiacciate, ma soprattutto siano vittime di un sistema finanziario speculativo che alla base ha una logica della produttività».
La richiesta principale delle dipendenti e dei dipendenti dell’azienda è di essere ascoltati riguardo la problematica esistente. «Siamo al fianco delle lavoratrici, dei lavoratori de La Perla – aggiunge Stefania Ascari – e soprattutto stiamo chiedendo di avere un interlocutore per, ovviamente, trovare una soluzione. A breve è Natale ed è inammissibile che queste famiglie si trovino ad avere 3 mesi senza aver percepito uno stipendio con famiglie monoreddito, con alle spalle bambini, minori e ovviamente utenze, affitti, mutui da pagare. È un dramma sociale, culturale, ma soprattutto umano».
Gli ultimi sviluppi
In questi ultimi giorni, spiega Stefania Pisani, «abbiamo deciso di agire per vie legali. Sia per recuperare il credito delle lavoratrici, perché non si può stare senza retribuzione, e perché riteniamo che il marchio senza le lavoratrici non abbia un senso. Quindi rivogliamo mettere al centro della discussione non solo il problema del marchio, ma anche della tenuta all’interno dell’azienda delle lavoratrici. Perché se vengono meno quelle maestranze il marchio è privo di valore. Siamo in tribunale esattamente per questo. Per rivendicare il reddito, ma per rivendicare con l’amministrazione straordinaria la continuità aziendale e quindi la continuità lavorativa di queste professionalità rarissime nel settore».
Inoltre, aggiunge, «se le lavoratrici cominciano per fame ad abbandonare l’azienda non saremo più nelle condizioni di rilanciarla ed è il motivo per cui stiamo pressando su tutte le istituzioni perché le risposte ci siano in tempi brevi. Perché non si può pensare che le lavoratrici rimangano agganciate ad una azienda che adorano senza però poter mettere, banalmente, un panettone sulla tavola dei propri bambini il giorno di Natale».
Purtroppo, conclude, «questa è la situazione. Da Londra non stiamo avendo nessun genere di risposta sullo sblocco delle retribuzioni, non c’è una chiara motivazione sul perché sia così. Riteniamo che sia un modo subdolo per fare andare via spontaneamente le lavoratrici, non lo vogliamo consentire. Ci metteremo di traverso per impedirglielo».

