lunedì 24 Giugno 2024

Artigianato italiano, tanti in fuga a partire dai giovani

Tanti esercenti chiudono e i proprietari si mettono a fare i dipendenti. I giovani, invece, non si avvicinano più a certi mestieri. Inoltre, tante saracinesche abbassate costituiscono anche un problema per la sicurezza delle città

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Il settore dell’artigianato italiano vive una vera e propria crisi. Il problema è nei numeri: infatti, continuano a diminuire gli artigiani presenti in Italia. Dal 2012 sono scesi di quasi 325 mila unità (-17,4 per cento) e in questi ultimi 10 anni solo nel 2021 la platea complessiva è aumentata, seppur di poco, rispetto all’anno precedente.

Questi dati fanno parte di un’analisi realizzata dalla CGIA di Mestre relativa allo stato di salute dell’artigianato italiano. Secondo gli ultimi dati resi disponibili dall’Inps, nel 2022 il numero degli artigiani era pari a 1.542.299. Un dato che fa ipotizzare come non solo i giovani non siano interessati a questo mestiere, ma che anche gli artigiani storici che ancora non hanno età e contributi per la pensione preferiscono chiudere la partita Iva rimanendo nel mercato del lavoro come dipendenti.  Una soluzione che porta in molti casi meno preoccupazioni e più sicurezze.

Artigianato italiano, addio alle imprese familiari

L’analisi della Cgia evidenzia come orma per le nostre città e i paesi di provincia siano in via di estinzione tantissime attività artigianali. Insomma, non solo diminuisce il numero degli artigiani, ma anche il paesaggio urbano sta cambiando volto. Come evidenzia la Cgia ormai sono ridotte al lumicino le botteghe artigiane che ospitano calzolai, corniciai, fabbri, falegnami, fotografi, lavasecco, orologiai, pellettieri, riparatori di elettrodomestici e Tv, sarti, tappezzieri, etc. 

Si tratta di attività, nella stragrande maggioranza dei casi a conduzione familiare, che hanno contraddistinto la storia di molti quartieri, piazze e vie delle nostre città, diventando dei punti di riferimento che davano una identità ai luoghi in cui operavano. Per contro, invece, i settori artigiani che stanno vivendo una fase di espansione sono quelli del benessere e dell’informatica. 

Nel primo caso, ad esempio, si continua a registrare un costante aumento degli acconciatori, degli estetisti e dei tatuatori. Nel secondo, invece, sono in decisa espansione i sistemisti, gli addetti al web marketing, i video maker e gli esperti in social media. Purtroppo, l’aumento di queste attività è insufficiente a compensare il numero delle chiusure presenti nell’artigianato storico, con il risultato che la platea degli artigiani è in costante diminuzione. 

Saracinesche abbassate e città meno sicure

La crisi dell’artigianato italiano porta con sé anche un problema relativo alla sicurezza delle città. «Basta osservare con attenzione i quartieri di periferia e i centri storici per accorgersi che sono tantissime le insegne che sono state rimosse e altrettante sono le vetrine non più allestite, perennemente sporche e con le saracinesche abbassate». 

Tutto questo rappresenta un segnale inequivocabile del peggioramento della qualità della vita di molte realtà urbane. Le città, infatti, ricorda la Cgia «non sono costituite solo da piazze, monumenti, palazzi e nastri d’asfalto, ma, anche, da luoghi dove le persone si incontrano anche per fare solo due chiacchere. Queste micro attività conservano l’identità di una comunità e sono uno straordinario presidio in grado di rafforzare la coesione sociale di un territorio.  Insomma, con meno botteghe e negozi di vicinato, diminuiscono i luoghi di socializzazione a dimensione d’uomo e tutto si ingrigisce, rendendo meno vivibili e più insicure le zone urbane che subiscono queste chiusure, penalizzando soprattutto gli anziani». 

Si tratta di una platea sempre più numerosa della popolazione italiana che conta più di 10 milioni di over 70. Non disponendo spesso dell’auto e senza botteghe sotto casa, per molti di loro fare la spesa è diventato un grosso problema.

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Le cause del crollo

Lo studio della Cgia analizza anche quali sono le cause che hanno portato a questa crisi dell’artigianato italiano. Dal forte aumento dell’età media, provocato in particolar modo da un insufficiente ricambio generazionale alla feroce concorrenza esercitata dalla grande distribuzione e in questi ultimi anni anche dal commercio elettronico. Inoltre, il boom del costo degli affitti e delle tasse nazionali e locali hanno spinto molti artigiani a gettare la spugna. 

A modificarsi è anche il modo in cui le persone oggi effettuano i propri acquisti. Infatti, rispetto al passato oggi si predilige il cosiddetto usa e getta e gli acquisti consegnati a domicilio. «La calzatura, il vestito o il mobile fatte su misura sono ormai un vecchio ricordo; il prodotto realizzato a mano è stato scalzato dall’acquisto scelto sul catalogo on line o preso dallo scaffale di un grande magazzino».

Rivalutare culturalmente il lavoro manuale

«Negli ultimi 40 anni – spiega la Cgia – c’è stata una svalutazione culturale spaventosa del lavoro manuale. L’artigianato è stato “dipinto” come un mondo residuale, destinato al declino e per riguadagnare il ruolo che gli compete ha bisogno di robusti investimenti nell’orientamento scolastico e nell’alternanza tra la scuola e il lavoro, rimettendo al centro del progetto formativo gli istituti professionali che in passato sono stati determinanti nel favorire lo sviluppo economico del Paese». 

In controtendenza con quanto accade oggi dove, invece, «sono percepiti dall’opinione pubblica come scuole di serie b. Per alcuni, infatti, rappresentano una soluzione per parcheggiare per qualche anno i ragazzi che non hanno una grande predisposizione allo studio. Per altri costituiscono l’ultima chance per consentire a quegli alunni che provengono da insuccessi scolastici, maturati nei licei o nelle scuole tecniche, di conseguire un diploma di scuola media superiore. E nonostante la crisi e i problemi generali che attanagliano l’artigianato, non sono pochi gli imprenditori di questo settore che da tempo segnalano la difficoltà a trovare personale disposto ad avvicinarsi a questo mondo».

In tutto il Paese si fatica a reperire nel mercato del lavoro giovani disposti a fare gli autisti, gli autoriparatori, i  sarti, i pasticceri, i fornai, i parrucchieri, le estetiste, gli idraulici, gli elettricisti, i manutentori delle caldaie, i tornitori, i fresatori, i verniciatori e i batti-lamiera. 

Senza contare che nel mondo dell’edilizia è sempre più difficile reperire carpentieri, posatori e lattonieri. Più in generale, comunque, l’artigiano di domani sarà colui che vincerà la sfida della tecnologia per rilanciare anche i “vecchi saperi”. 

Dove si registrano i cali più elevati

Infine, lo studio analizza dove si sono riscontrati i principali cambiamenti nel nostro Paese. Quindi, quali sono i territori che hanno visto diminuire il numero di attività e negozi legati all’artigianato italiano. Nell’ultimo decennio sono state Vercelli e Teramo le province che, entrambe con il – 27,2 per cento, hanno registrato la variazione negativa più elevata d’Italia. Seguono Lucca con il – 27, Rovigo con il – 26,3 e Massa-Carrara con il – 25,3 per cento. Le realtà che, invece, hanno subito le flessioni più contenute sono state Trieste con il – 3,2, Napoli con il – 2,7 e, infine, Bolzano con il – 2,3 per cento. 

In termini assoluti le province che hanno registrato le “perdite” più importanti sono state Bergamo con – 8.441, Brescia con – 8.735, Verona con – 8.891, Roma con – 8.988, Milano con – 15.991 e, in particolar modo, Torino con – 18.075 artigiani.

Per quanto riguarda, infine, le regioni con le flessioni più marcate in termini percentuali hanno interessato il Piemonte con il – 21,4, le Marche con il – 21,6 e l’Abruzzo con il – 24,3 per cento. In valore assoluto, invece, le perdite di più significative hanno interessato l’Emilia Romagna (- 37.172), il Veneto (- 37.507), il Piemonte (- 38.150) e, soprattutto, la Lombardia (- 60.412 unità).

artigianato italiano

Articolo aggiornato in data 1 Settembre 2023
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